LETTERA ENCICLICA
AETERNA DEI SAPIENTIA
DEL SOMMO PONTEFICE
GIOVANNI PP. XXIII
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE SONO IN PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA,
NEL XV CENTENARIO DELLA MORTE
DI SAN LEONE I MAGNO (1)
L'eterna sapienza di Dio che «si estende, con potenza, da un capo all'altro
del mondo, e con bontà governa l'universo intero» (Sap 8,1), sembra avere
impresso con singolare splendore la sua immagine nello spirito di san Leone I,
sommo pontefice. Questi, infatti, «grandissimo tra i grandi»,(2) come giustamente lo chiamò il Nostro
predecessore Pio XII, di ven. mem., appare dotato in misura straordinaria di
intrepida fortezza e di paterna bontà.
Per questo motivo Noi, chiamati dalla divina Provvidenza a sedere sulla
cattedra di Pietro, che san Leone Magno tanto illustrò con la saggezza di
governo, con la ricchezza di dottrina, con la sua magnanimità e con la sua
inesauribile carità, sentiamo il dovere, venerabili fratelli, nella ricorrenza
del XV centenario del suo beato transito, di rievocarne le virtù e i meriti
immortali, certi, come siamo, che ciò contribuirà notevolmente al comune
vantaggio delle anime e all'esaltazione della religione cattolica. La grandezza,
infatti, di questo pontefice non va legata principalmente al gesto di intrepido
coraggio, con il quale egli, inerme, rivestito solo della maestà di sommo
sacerdote, affrontò nel 452 il feroce Attila, re degli unni, sulle sponde del
Mincio, e lo persuase a ritirarsi oltre il Danubio. Questo fu indubbiamente un
gesto nobilissimo, quanto mai degno della missione pacificatrice del pontificato
romano; ma in realtà non rappresenta che un episodio e un indizio di una vita
spesa tutta intera per il bene religioso e sociale non soltanto di Roma e
dell'Italia, ma della chiesa universale.
I. San Leon Magno, pontefice, pastore e dottore della Chiesa universale
Alla vita e all'operosità di san Leone ben si possono applicare le parole
della sacra Scrittura: «La via dei giusti è come la luce dell'alba, che va
crescendo fino a giorno perfetto» (Pro 4,18), solo che si considerino i tre
aspetti distintivi e caratteristici della sua personalità: il fedele servitore
della sede apostolica, il vicario di Cristo in terra, il dottore della chiesa
universale.
I. 1. Servitore fedele della sede apostolica
«Leone, toscano di nascita, figlio di Quinziano», come ci informa
il
Liber Pontificalis,(3) nacque
verso la fine del secolo IV. Ma essendo egli vissuto a Roma fin dalla prima
giovinezza, giustamente poté chiamare Roma sua patria,(4) dove ancor giovane fu ascritto al clero romano, giungendo fino al
grado di diacono. Nel periodo che va dal 430 al 439 esercitò un influsso
considerevole negli affari ecclesiastici, prestando i suoi servigi al pontefice
Sisto III. Ebbe rapporti di amicizia con san Prospero di Aquitania e con
Cassiano, fondatore della celebre Abbazia di S. Vittore in Marsiglia; da questi,
che aveva esortato a scrivere l'opera De incarnatione Domini(5)
contro i nestoriani, Leone ricevette l'elogio veramente singolare per un
semplice diacono: «Onore della chiesa e del sacro ministero».(6) Mentre egli si trovava in Gallia, inviatovi dal papa dietro
suggerimento della corte di Ravenna, al fine di comporre il conflitto tra il
patrizio Ezio e il prefetto Albino, venne a morte Sisto III. Fu allora che la
chiesa di Roma pensò non potersi affidare il potere di vicario di Cristo ad uomo
migliore che al diacono Leone, rivelatosi altrettanto sicuro teologo, che fine
diplomatico. Ricevette pertanto la consacrazione episcopale il 29 settembre del
440, e il suo pontificato fu uno dei più lunghi dell'antichità cristiana e
indubbiamente uno dei più gloriosi. Egli morì nel novembre del 461, e fu sepolto
nel portico della Basilica di San Pietro. Il papa san Sergio I fece trasferire
nell'anno 688 le spoglie del santo pontefice «nella rocca di Pietro»; dopo la
costruzione della nuova basilica, esse furono collocate sotto l'altare che è a
lui dedicato.
E ora, volendo semplicemente indicare il carattere saliente della sua vita,
non possiamo fare a meno di proclamare che ben raramente il trionfo della chiesa
di Cristo sui suoi spirituali nemici è stato tanto glorioso quanto durante il
pontificato di san Leone Magno. Questi in verità, nel corso del secolo V, brilla
nel cielo della cristianità come un astro splendente. Né tale affermazione può
essere in alcun modo smentita, specialmente se si considera il campo dottrinale
della fede cattolica; in esso, infatti, il suo nome va senz'altro congiunto con
quello di sant'Agostino di Ippona e di san Cirillo di Alessandria.
Effettivamente, se sant'Agostino, come tutti sanno, rivendicò, contro l'eresia
pelagiana, l'assoluta necessità della grazia per vivere onestamente e conseguire
la salvezza eterna, se san Cirillo Alessandrino, contro le errate affermazioni
di Nestorio, difese la divinità di Gesù Cristo e la divina maternità di Maria
Vergine, san Leone da parte sua, erede della dottrina dei due insigni luminari
della chiesa di occidente e di oriente, domina su tutti i suoi contemporanei
nella chiara affermazione di queste fondamentali verità della fede cattolica. E
come sant'Agostino è acclamato nella chiesa quale dottore della grazia, e san
Cirillo quale dottore dell'incarnazione, così san Leone è celebrato su tutti
come il dottore dell'unità della chiesa.
I. 2 Pastore della Chiesa universale
Basta, infatti, dare un rapido sguardo alla prodigiosa attività di
pastore e di scrittore svolta da san Leone nel lungo periodo del suo
pontificato, per trarne la convinzione che egli fu l'assertore e il difensore
dell'unità della chiesa sia nel campo dottrinale sia in quello disciplinare. Se
poi si passa al campo liturgico, è facile avvertire che il piissimo pontefice
promosse l'unità del culto, componendo o almeno ispirando alcune delle più
elevate preghiere, che sono contenute nel cosiddetto Sacramentario Leoniano.(7)
Egli ancora intervenne con prontezza e autorità nella controversia sull'unità
o duplicità di natura in Gesù Cristo, ottenendo il trionfo della vera dottrina
relativa all'incarnazione del Verbo di Dio: fatto, questo, che immortalò il suo
nome nel ricordo dei posteri. Va ricordata a tale riguardo la famosa Lettera
a Flaviano, vescovo di Costantinopoli, nella quale san Leone, con mirabile
chiarezza e proprietà, espone la dottrina sul mistero dell'incarnazione del
Figlio di Dio, in conformità con l'insegnamento dei profeti, dell'evangelo,
degli scritti apostolici e del «Simbolo della fede».(8) Dalla quale lettera sembra opportuno rilevare le seguenti
espressioni veramente scultoree: «Rimanendo dunque integre le proprietà dell'una
e dell'altra natura, confluenti nell'unica persona, fu assunta dalla maestà
divina la pochezza umana, dalla potenza la debolezza, dall'eternità la
mortalità; e allo scopo di soddisfare al debito della nostra condizione la
natura inviolabile si unì a una natura passibile, in maniera tale che come
appunto conveniva alla nostra salvezza, l'unico e insostituibile mediatore tra
Dio e gli uomini, Gesù Cristo uomo, potesse, sì, morire secondo una natura, ma
non secondo l'altra. Pertanto, il Verbo, pur assumendo la natura integra e
perfetta di vero uomo, nacque vero Dio, completo nelle sue divine proprietà,
completo altresì nelle nostre».(9)
Né si limitò a questo. Alla lettera a Flaviano, infatti, nella quale aveva
più diffusamente esposto «quanto la chiesa cattolica universalmente credeva e
insegnava intorno al mistero dell'incarnazione del Signore»,(10) san Leone fece seguire la condanna del
concilio di Efeso del 449. In esso, ricorrendo alla illegalità e alla violenza,
si era cercato di far trionfare la errata dottrina di Eutiche, il quale, «molto
sconsiderato e troppo ignorante»,(11)
si ostinava a non voler riconoscere che una sola natura, cioè la divina, in Gesù
Cristo. A buon diritto il papa denominò tale concilio «latrocinio»,(12) poiché, contravvenendo alle chiare
disposizioni della sede apostolica, si era osato con ogni mezzo di «intaccare la
fede cattolica»(13) e di «rafforzare
un'esecrabile eresia».(14)
Il nome di san Leone è legato soprattutto al celebre concilio di Calcedonia
del 451, la cui convocazione, per quanto sollecitata dall'imperatore Marciano,
fu accettata dal pontefice soltanto alla condizione che esso fosse presieduto
dai suoi inviati.(15) Questo concilio, venerabili
fratelli, costituisce una delle pagine più gloriose nella storia della chiesa
cattolica. Ma Noi non riteniamo necessario farne qui rievocazione
particolareggiata; giacché a questa grandiosa assise, nel corso della quale
trionfarono con uguale splendore la vera fede nelle due nature del Verbo
incarnato e il primato di magistero del romano pontefice, il nostro predecessore
Pio XII ha dedicato una delle sue più celebrate encicliche, nel XV centenario
del memorabile avvenimento.(16)
Non meno evidente apparve la sollecitudine di san Leone per l'unità e la pace
della chiesa, allorché egli indugiò a dare la sua approvazione agli atti del
concilio. Questo indugio in realtà non va ascritto né a negligenza né ad una
qualche ragione di carattere dottrinale, ma - come poi dichiarò egli stesso -
con ciò egli intese opporsi al canone 28, nel quale i padri conciliari,
nonostante la protesta dei legati pontifici e nell'evidente desiderio di
procurarsi la benevolenza dell'imperatore di Bisanzio, avevano riconosciuto alla
sede di Costantinopoli il primato su tutte le chiese d'oriente. Questa
disposizione appariva a san Leone un aperto affronto ai privilegi di altre
chiese più antiche e più illustri, riconosciuti anche dai padri del concilio di
Nicea; e inoltre costituiva un pregiudizio per il prestigio della stessa sede
apostolica. Questo pericolo, più che nelle parole del canone 28, era stato
acutamente intravisto da san Leone nello spirito che lo aveva dettato, come
risulta chiaramente da due lettere, una delle quali fu a lui diretta dai vescovi
del concilio,(17) e l'altra da lui
diretta all'imperatore. In quest'ultima, respingendo le argomentazioni dei padri
conciliari, così ammonisce: «Altro è l'ordinamento delle cose del mondo, altro
quello delle cose di Dio; non si avrà alcuna stabile struttura al di fuori di
quella pietra che il Signore ha collocato come fondamento (Mt 16,18). Pregiudica
i propri diritti chi brama quanto non gli spetta».(18) La dolorosa storia dello scisma, che
separò in seguito dalla sede apostolica tante illustri chiese dell'oriente
cristiano, sta a dimostrare chiaramente - come si desume dal passo citato - la
fondatezza dei timori di san Leone a riguardo di future divisioni in seno alla
cristianità.
Sarebbe incompleta la nostra esposizione circa lo zelo pastorale di san Leone
per l'unità della chiesa cattolica, se non ricordassimo anche, sia pure
rapidamente, il suo intervento nella questione relativa alla data della festa di
pasqua, come pure la sua vigilante sollecitudine, affinché le relazioni tra la
sede apostolica e i prìncipi cristiani fossero improntate a reciproca stima,
fiducia e cordialità. Sempre mirando alla pace della chiesa, egli esortò
frequentemente gli stessi prìncipi a cooperare con l'episcopato «per la piena
unità cattolica»,(19) così da meritare
da Dio «oltre la corona regale, anche la palma del sacerdozio».(20)
I. 3 Luminare di dottrina
Oltre che pastore vigilantissimo del gregge di Cristo e coraggioso
difensore della fede ortodossa, san Leone è celebrato nei secoli quale dottore
della chiesa, cioè come espositore e campione eccellentissimo di quelle verità
divine, di cui ogni romano pontefice è custode e interprete. Questo è confermato
dalle parole del nostro immortale predecessore Benedetto XIV che, nella bolla
Militantis Ecclesiae, con cui proclama san Leone dottore della chiesa, ne
tesse questo splendido elogio: «Per la sua eminente virtù, per la sua sapienza,
per il suo instancabile zelo, egli meritò dagli antichi l'appellativo di Magno.
La superiorità della sua dottrina, sia nell'illustrare i più alti misteri della
nostra fede e nel difenderli contro l'insorgere degli errori, sia nel formulare
norme disciplinari e morali, unitamente a una singolare maestà e ricchezza di
eloquio sacerdotale, spicca a tal punto e si distingue, grazie alle lodi di
tanti uomini e all'esaltazione entusiastica dei concili, dei padri e degli
scrittori ecclesiastici, che un pontefice tanto sapiente non va assolutamente
posposto per fama o per stima a nessuno dei santi dottori, che fiorirono nella
chiesa».(21)
La sua fama di dottore è affidata alle Omelie e alle Lettere, che la
posterità ci ha conservate in numero piuttosto rilevante. La raccolta delle
Omelie abbraccia vari argomenti, quasi tutti connessi col ciclo della sacra
liturgia. In questi scritti egli si rivelò non tanto esegeta, applicato
all'esposizione di un determinato libro ispirato, né un teologo, amante di
profonde speculazioni intorno alle verità divine, quanto piuttosto un espositore
fedele, perspicuo e copioso dei misteri cristiani, aderente all'interpretazione
trasmessa dai concili, dai padri, e soprattutto dai pontefici suoi antecessori.
Il suo stile è semplice e grave, elevato e persuasivo, degno senz'altro di
essere giudicato un modello perfetto di classica eloquenza. Tuttavia egli non
sacrifica mai all'eleganza del dire l'esattezza della verità da esprimere; non
parla o scrive per farsi ammirare, ma per illuminare le menti e infiammare i
cuori alla perfetta conformità della vita pratica con le verità professate.
Nelle Lettere, che in base al suo ufficio di supremo pastore egli indirizzò a
vescovi, prìncipi, sacerdoti, diaconi, monaci della chiesa universale, san Leone
manifesta doti eccezionali di uomo di governo, cioè uno spirito perspicace e
sommamente pratico, una volontà pronta all'azione, ferma nelle ben maturate
decisioni, un cuore aperto alla comprensione paterna, ricolmo di quella carità
che san Paolo addita a tutti i cristiani come «la strada migliore» (1Cor 12,31).
Come non riconoscere che tali sentimenti di giustizia e di misericordia, di
fortezza congiunta a clemenza, nascevano nel suo cuore appunto da quella
medesima carità, che il Signore richiese a Pietro prima di affidargli la
custodia dei suoi agnelli e delle pecore? (cf. Gv 21,15-17). Egli infatti si
studiò sempre di fare di se stesso una copia fedele del buon pastore, Cristo
Gesù, come si deduce dal passo seguente: «Abbiamo da un lato mansuetudine e
clemenza, dall'altro rigore e giustizia. E poiché "tutte le vie del Signore
risultano di misericordia e verità [fedeltà]" (Sal 24,10), dalla bontà che è
propria della sede apostolica siamo costretti a regolare in tal modo le nostre
decisioni, che - ponderata bene la natura dei delitti, la misura dei quali è
varia - riteniamo che alcuni siano da assolvere e altri siano da estirpare».(22) Tanto le Omelie, dunque, quanto le Lettere costituiscono un
documento eloquentissimo del pensiero e dei sentimenti, delle parole e
dell'azione di san Leone, sempre preoccupato di assicurare il bene della chiesa,
nella verità, nella concordia e nella pace.
II. Il XV centenario Leoniano e il Concilio Vaticano II
Venerabili fratelli, nell'imminenza del concilio ecumenico
Vaticano II, nel quale i vescovi, stretti intorno al romano pontefice e con lui
in intima comunione, daranno al mondo intero un più splendido spettacolo
dell'unità cattolica, è quanto mai istruttivo e confortante richiamare allo
spirito, anche se rapidamente, l'alta idea che san Leone ha avuto dell'unità
della chiesa. Questo richiamo sarà a un tempo un atto di omaggio alla memoria
del sapientissimo pontefice e, nell'imminenza del grande avvenimento, un pascolo
spirituale per le anime dei fedeli.
II. 1 L'unità della Chiesa nel pensiero del santo
Anzitutto san Leone ci insegna che la chiesa è una, perché uno è
il suo sposo, Gesù Cristo: «Tale è infatti la chiesa vergine, unita a un solo
sposo, Cristo, da non ammettere nessun errore; sicché in tutto il mondo noi
godiamo di una sola casta, integra unione».(23) Il santo ritiene altresì che questa mirabile unità della chiesa
abbia avuto inizio con la nascita del Verbo incarnato, come risulta da queste
espressioni: «È infatti la nascita di Cristo che determina l'origine del popolo
cristiano: il natale del Capo è anche il natale del corpo. Anche se ciascuno dei
chiamati [alla fede] ha il suo turno, se tutti i figli della chiesa sono
distribuiti nella successione dei tempi, tuttavia il complesso dei fedeli, nati
dal fonte battesimale, come con Cristo sono crocifissi nella sua passione, sono
risorti nella sua risurrezione, sono posti alla destra del Padre nella sua
ascensione, così con lui sono congenerati in questa nascita».(24)
A questa misteriosa nascita del «corpo della chiesa» (Col 1,18) ha partecipato
intimamente Maria, grazie alla sua verginità, resa feconda per opera dello
Spirito Santo. San Leone, infatti, esalta Maria come: «Vergine, ancella e madre
del Signore»;(25) «genitrice di Dio»(26)
e vergine perpetua.(27)
Inoltre il sacramento del battesimo, osserva ancora san Leone, non solo rende
ogni cristiano membro di Cristo, ma lo rende altresì partecipe della sua
regalità e del suo spirituale sacerdozio: «Tutti coloro, infatti, che sono stati
rigenerati in Cristo, sono anche fatti re col segno della croce, e consacrati
sacerdoti con l'unzione dello Spirito Santo».(28) Il sacramento della confermazione, chiamato «santificazione dei
crismi»,(29) corrobora tale
assimilazione a Cristo capo, mentre nell'eucaristia essa trova il suo
compimento: «Infatti la partecipazione del corpo e del sangue di Cristo non fa
altro che trasformarci in ciò che assumiamo; e portiamo in tutto, nella carne
come nello spirito, quello stesso, nel quale siamo morti, sepolti e
risuscitati».(30)
Ma, si noti bene, per san Leone non vi può essere perfetta unione dei fedeli
con Cristo capo e tra loro, quali membra di un medesimo organismo vivo e
visibile, se ai vincoli spirituali delle virtù, del culto e dei sacramenti non
si aggiunge la professione esterna della medesima fede: «Grande sostegno è la
fede integra, la fede vera, nella quale nulla può essere aggiunto o tolto da
chicchessia; poiché la fede se non è unica, non esiste affatto».(31) All'unità, però, della fede è
indispensabile l'unione tra i maestri delle verità divine, cioè la concordia dei
vescovi tra loro in comunione e sottomissione al romano pontefice: «La
compattezza di tutto il corpo è ciò che dà origine alla santità e alla sua
bellezza; e questa stessa compattezza, se richiede l'unanimità, esige però
soprattutto la concordia dei sacerdoti. Questi hanno in comune la dignità
sacerdotale, ma non lo stesso grado di potere; giacché anche fra gli apostoli vi
fu eguaglianza di onore, ma differenza di potere, in quanto a tutti fu comune la
grazia dell'elezione, ma a uno solo è stato concesso il diritto di preminenza
sugli altri».(32)
II. 2 Il vescovo di Roma centro dell'unità visibile
Centro, dunque, e fulcro di tutta l'unità visibile della chiesa
cattolica è il vescovo di Roma, quale successore di Pietro e vicario di Gesù
Cristo. Le affermazioni di san Leone non sono altro che l'eco fedelissima dei
testi evangelici e della perenne tradizione cattolica, come si rileva dal passo
seguente: «In tutto il mondo il solo Pietro viene eletto per essere preposto
all'evangelizzazione di tutte le genti, a tutti gli apostoli e a tutti i padri
della chiesa; di modo che, quantunque in mezzo al popolo di Dio vi siano molti
pastori e molti sacerdoti, tutti però sono governati propriamente da Pietro,
come principalmente sono governati da Cristo. In maniera grande e ammirabile, o
dilettissimi, Dio si è degnato di far partecipe questo uomo del suo potere; e se
volle che anche gli altri capi avessero qualche cosa di comune con lui, tutto
ciò che concesse agli altri sempre lo concesse per mezzo suo».(33)
Su questa verità, che è fondamentale per l'unità cattolica, cioè del vincolo
divino, indissolubile fra il potere di Pietro e quello degli altri apostoli, san
Leone crede opportuno insistere: «Si estese certamente anche agli altri apostoli
questo potere» (cioè di sciogliere e di legare: Mt 14,19), «e fu trasmesso a
tutti i capi della chiesa; ma non invano si raccomanda a una sola persona ciò
che deve essere comunicato a tutti gli altri. Infatti, questo potere viene
affidato a Pietro singolarmente, appunto perché la figura di Pietro sta al di
sopra di tutti coloro che governano la chiesa».(34)
II. 3 Prerogative del magistero di Pietro e dei successori
Ma il santo pontefice non dimentica l'altro essenziale vincolo
dell'unità visibile della chiesa, cioè il supremo e infallibile magistero, dal
Signore riservato personalmente a Pietro e ai suoi successori: «Il Signore si
prende cura in modo speciale di Pietro, e prega in particolare per la fede di
Pietro, quasi che la perseveranza degli altri sarebbe stata maggiormente
garantita, se l'animo del capo non fosse stato vinto. In Pietro perciò la
fortezza di tutti viene protetta, e l'aiuto della grazia divina segue
quest'ordine: la fermezza che, per mezzo di Cristo, viene data a Pietro, viene
conferita agli apostoli attraverso Pietro».(35)
Quanto san Leone afferma con tanta chiarezza e insistenza dell'apostolo
Pietro, lo asserisce anche di se stesso, non per umana ambizione, ma per
l'intima persuasione che ha di essere, non meno del principe degli apostoli, il
vicario di Gesù Cristo stesso, come si ricava da questo brano dei suoi sermoni:
«Non è per noi motivo di orgoglio la solennità con cui, pieni di riconoscenza a
Dio per il suo dono, festeggiamo l'anniversario del nostro sacerdozio; poiché
con tutta sincerità confessiamo, che tutto il bene da noi compiuto nello
svolgimento del nostro ministero è opera di Cristo; e non di noi, che non
possiamo nulla senza di lui, ma di lui ci gloriamo, da cui deriva tutta
l'efficacia del nostro operare».(36) Con ciò san Leone, lungi dal
pensare che san Pietro sia ormai estraneo al governo della chiesa, ama
invece associare alla fiducia nella perenne assistenza del suo divin Fondatore
la fiducia nella protezione di san Pietro, di cui si professa erede e
successore, e «ne fa le veci».(37) Perciò ai meriti dell'apostolo, più
che ai propri, egli attribuisce i frutti del suo universale ministero. Il che,
fra l'altro, è chiaramente provato dalla seguente espressione: «Se pertanto
qualcosa di buono operiamo o vediamo, se qualcosa otteniamo dalla misericordia
di Dio con le quotidiane preghiere, ciò si deve alle opere e ai meriti di lui;
nella sua sede perdura ancora il suo potere, domina la sua autorità».(38) In realtà san Leone non insegna nulla di
nuovo. Al pari dei suoi predecessori sant'Innocenzo I (39) e san Bonifacio I,(40)
e in perfetta armonia con i ben noti testi evangelici, da lui stesso commentati
(Mt 16,17-18; Lc 22,31-32; Gv 21,15-17), egli è persuaso di aver ricevuto da
Cristo stesso il mandato del supremo ministero pastorale. Afferma infatti: «La
sollecitudine che dobbiamo avere verso tutte le chiese ha origine principalmente
da un divino mandato».(41)
II. 4 Grandezza spirituale dell'Urbe
Non vi è pertanto da meravigliarsi se san Leone all'esaltazione
del principe degli apostoli ama associare quella della città di Roma. Ecco come
si esprime nei suoi riguardi nel sermone in onore dei santi Pietro e Paolo:
«Sono questi, invero, gli eroi per opera dei quali a te rifulse, o Roma,
l'evangelo di Cristo...; sono essi che ti innalzarono a questa gloria di città
santa, di popolo eletto, di città sacerdotale e regale; per modo che, divenuta,
in virtù della sacra sede del beato Pietro, veramente capo del mondo, estendi il
tuo impero con la religione divina più che non l'estendevi con la dominazione
umana. Sebbene infatti, resa potente dalle molte vittorie, affermassi per terra
e per mare il diritto dell'impero; quello, tuttavia, che ti assoggettarono le
fatiche guerresche è meno di quello che ti sottomise la pace cristiana».(42)
Ricordando poi ai suoi uditori la splendida testimonianza resa da san Paolo alla
fede dei primi cristiani di Roma, il grande pontefice con questa esortazione li
stimola a conservare esente da ogni macchia di errore la loro fede cattolica:
«Voi, dunque, cari a Dio e fatti degni dell'approvazione apostolica, ai quali il
beato apostolo Paolo, dottore delle genti, dice: "La vostra fede è celebrata in
tutto il mondo" (Rm 1,8), custodite in voi ciò che sapete essere stato da lui
pensato nei vostri riguardi, da lui che vi ha così autorevolmente esaltati.
Nessuno di voi si renda immeritevole di questa lode; di modo che neppure dal
contagio dell'empietà di Eutiche possano venire contaminati coloro che, sotto lo
guida dello Spirito Santo, in tanti secoli non hanno conosciuto alcuna eresia».(43)
II. 5 Vasta risonanza di mirabile opera
L'opera veramente insigne svolta da san Leone a salvaguardia
dell'autorità della chiesa di Roma non fu vana. Grazie, infatti, al prestigio
della sua persona, la «cittadella della roccia apostolica» venne lodata e
venerata non soltanto dai vescovi dell'occidente, presenti nei concili riuniti a
Roma, ma da più di cinquecento membri dell'episcopato orientale riunito a
Calcedonia,(44) e dagli imperatori di Costantinopoli.(45) Anzi, prima ancora del celebre concilio,
Teodoreto, vescovo di Ciro, aveva tributato nel 449 al vescovo di Roma e al suo
privilegiato gregge questi alti elogi: «A voi tocca il primo posto in tutto, a
motivo delle prerogative che onorano la vostra sede. Le altre città, infatti, si
gloriano o per la loro grandezza o per il numero degli abitanti... Il Datore di
ogni bene alla vostra città ne ha elargito in sovrabbondanza. Giacché essa è la
più grande e la più illustre di tutte le città, governa il mondo, è ricca di
popolazione... Possiede inoltre i sepolcri di Pietro e Paolo, comuni padri e
maestri della verità, che illuminano le anime dei fedeli.
Questi due santissimi luminari ebbero bensì origine in oriente e diffusero i
loro raggi dovunque; ma per loro spontanea volontà subirono il tramonto della
loro vita in occidente, e di là ora illuminano il mondo. Costoro resero
nobilissima la vostra sede; qui è il culmine dei vostri beni. Ma il loro Dio
anche ora rende illustre la loro sede, mentre in essa fa scaturire dalla vostra
santità i raggi della vera fede».(46)
Le esimie lodi che i rappresentanti delle chiese di oriente tributarono a
Leone, non vennero meno con la di lui morte. Infatti la liturgia bizantina,
nella festa del 18 febbraio a lui dedicata, lo esalta quale «duce
dell'ortodossia, dottore ornato di pietà e di maestà, astro dell'universo,
ornamento degli ortodossi, lira dello Spirito Santo».(47)
Altrettanto significativi sono gli elogi che al grande pontefice tributa il
Menologio Gelasiano: «Questo nostro padre Leone, ammirevole per le sue molte
virtù, la continenza e la purità, consacrato vescovo della grande Roma, fece
molte altre cose degne delle sue virtù, ma rifulse la sua opera soprattutto in
ciò che riguarda la retta fede».(48)
II. 6 Voti per il ritorno dei fratelli separati
Amiamo ripetere, venerabili fratelli, che il coro di lodi
inneggiante alla santità del sommo pontefice san Leone Magno, nell'antichità fu
concorde sia in oriente sia in occidente. Oh! torni egli a riscuotere il plauso
di tutti i rappresentanti della scienza ecclesiastica delle chiese che non sono
in comunione con Roma. Superato così il doloroso contrasto di opinioni circa la
dottrina e l'azione pastorale dell'immortale pontefice, risplenderà in
amplissima luce la dottrina che essi pure professano di credere: «Non vi è che
un solo Dio, e un solo mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù» (1Tm
2,5).
Ebbene Noi, succeduti a san Leone nella sede romana di Pietro, come
professiamo con lui la fede nell'origine divina del mandato di universale
evangelizzazione e di salvezza affidato da Gesù Cristo agli apostoli e ai loro
successori, così al pari di lui nutriamo il vivo desiderio di vedere tutte le
genti entrare nella via della verità, della carità e della pace. Ed è appunto
allo scopo di rendere la chiesa più idonea ad assolvere ai tempi nostri tale
eccelsa missione, che Ci siamo proposti di convocare il secondo concilio
ecumenico Vaticano, nella fiducia che l'imponente adunanza della gerarchia
cattolica, non solo rafforzerà i vincoli di unità nella fede, nel culto e nel
regime, che sono prerogativa della vera chiesa,(49)
ma attirerà altresì lo sguardo di innumerevoli credenti in Cristo e li inviterà
a raccogliersi intorno al «gran Pastore del gregge» (Eb 13,20), che ne ha
affidato a Pietro e ai suoi successori la perenne custodia (cf. Gv 21,15-17).
Il Nostro caldo appello all'unità vuole essere quindi l'eco di quello più
volte lanciato da san Leone nel secolo V richiamante quello già rivolto ai
fedeli di tutte le chiese da sant'Ireneo, che la Provvidenza divina aveva
chiamato dall'Asia a reggere la sede di Lione e ad illustrarla col suo martirio.
Infatti, dopo aver egli riconosciuto la ininterrotta successione dei vescovi di
Roma, eredi del potere stesso dei due prìncipi degli apostoli,(50) concludeva esortando: «È con questa chiesa, a causa della sua
preminente superiorità, che deve esser d'accordo ogni chiesa, cioè tutti i
fedeli che sono nell'universo; ed è per la comunione con essa che tutti questi
fedeli (oppure: tutti i capi delle chiese) hanno conservato la tradizione
apostolica».(51)
Ma il Nostro appello all'unità vuol essere soprattutto l'eco della preghiera
rivolta dal nostro Salvatore al suo divin Padre nell'ultima cena: «Affinché
tutti siano una sola cosa, come tu, o Padre, sei in me e io in te, anch'essi
siano una sola cosa» (Gv 17,21). Nessun dubbio circa l'esaudimento di questa
preghiera, così come fu esaudito il sacrificio cruento del Golgota. Non ha forse
il Signore affermato che il Padre suo sempre lo ascolta? (cf. Gv 11,42). Noi
quindi crediamo che la chiesa, per la quale egli ha pregato e si è immolato
sulla croce, e alla quale ha promesso la sua perenne presenza, è sempre stata e
resta una, santa, cattolica e apostolica, così come fu istituita.
Purtroppo, come per il passato, così dobbiamo con dolore costatare che anche
al presente l'unità della chiesa non corrisponde di fatto alla comunione di
tutti i credenti in una sola professione di fede e in una medesima pratica di
culto e di obbedienza. Tuttavia è per Noi motivo di conforto e di dolce speranza
lo spettacolo dei generosi e crescenti sforzi che da varie parti si fanno, allo
scopo di ricostituire quell'unità anche visibile di tutti i cristiani, che
degnamente risponda alle intenzioni, ai comandi e ai voti del Salvatore divino.
Consapevoli che l'unità, che è anelito di Spirito Santo in tante anime di buona
volontà, non potrà pienamente e solidamente attuarsi se non quando, conforme
alla profezia stessa di Gesù Cristo, «si farà un solo ovile e un solo pastore» (Gv
10,16) Noi supplichiamo il nostro mediatore e avvocato presso il Padre (cf. 1Tm
2,5; 1Gv 2,1), affinché impetri a tutti i cristiani la grazia di riconoscere le
note della sua vera chiesa, per divenirne figli devoti. Oh! si degni il Signore
di far sorgere presto l'aurora di quel giorno benedetto di universale
riconciliazione, quando un immenso coro di amore giubilante si leverà dall'unica
famiglia dei redenti, ed essi, inneggiando alla misericordia divina, canteranno
col Salmista l'«Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano
insieme!» (Sal 132,1).
L'amplesso di pace fra i figli del medesimo Padre celeste, egualmente coeredi
dello stesso regno di gloria, segnerà la celebrazione del trionfo del corpo
mistico di Cristo.
Esortazione finale
Venerabili fratelli, il XV centenario della morte di san Leone Magno trova la
chiesa cattolica in dolorose condizioni simili in parte a quelle che essa
conobbe nel secolo V. Quanti travagli, infatti, in questi tempi affliggono la
chiesa, e si ripercuotono nel Nostro animo paterno, come chiaramente aveva
predetto il divin Redentore! Vediamo che in molte contrade la «fede
dell'evangelo» (cf. Fil 1,27) è in pericolo, e non mancano tentativi per lo più
destinati, grazie a Dio, a fallire, di staccare dal centro dell'unità cattolica,
cioè dalla sede romana, vescovi, sacerdoti e fedeli. Ebbene, allo scopo di
scongiurare così gravi pericoli, Noi invochiamo fiduciosi sulla chiesa militante
il patrocinio del santo pontefice, che tanto operò, scrisse e soffrì per la
causa dell'unità cattolica. E a quanti gemono pazientemente per la verità e per
la giustizia rivolgiamo le confortatrici parole che san Leone indirizzò al
clero, alle autorità e al popolo di Costantinopoli: «Perseverate dunque nello
spirito della verità cattolica, e per mezzo Nostro ricevete l'esortazione
apostolica: "Poiché a voi per Cristo fu fatta la grazia non solo di credere in
lui, ma anche di patire per lui" (Fil 1,29)».(52)
Per tutti coloro infine che vivono nell'unità cattolica, Noi che, sebbene
indegnamente, sosteniamo in terra le veci del Salvatore divino, facciamo Nostra
la sua preghiera per i suoi diletti discepoli e per quanti avrebbero creduto in
lui: «Padre santo... ti prego affinché giungano a perfetta unità» (cf. Gv
17,11.20.23). Noi cioè domandiamo per tutti i figli della chiesa la perfezione
dell'unità, quella perfezione che soltanto la carità, «che è vincolo di
perfezione» (Col 3,14), può dare. È infatti dall'accesa carità verso Dio e
dall'esercizio sempre più pronto, ilare e generoso di tutte le opere di
misericordia verso il prossimo, che la chiesa, «tempio di Dio vivo» (cf. 2Cor
6,16), si ammanta in tutti e ciascuno dei suoi figli di soprannaturale bellezza.
Pertanto con san Leone vi esortiamo: «Giacché, dunque, tutti i fedeli insieme e
ciascuno in particolare costituiscono un solo e medesimo tempio di Dio, bisogna
che questo sia perfetto in ciascuno come deve essere perfetto nell'insieme;
poiché, anche se la bellezza non è uguale in tutti i membri, né i meriti pari in
una così grande varietà di parti, il vincolo della carità tuttavia produce la
comunione nella bellezza. Coloro che un santo amore unisce, anche se non
partecipano degli stessi doni della grazia, gioiscono tuttavia vicendevolmente
dei loro beni, e ciò che essi amano non può essere loro estraneo, poiché è un
accrescere le proprie ricchezze il trovare la gioia nel progresso degli altri».(53)
Al termine di questa Nostra lettera enciclica, Ci sia consentito di rinnovare
l'ardentissimo voto, che erompeva dall'animo di san Leone, cioè, di vedere tutti
i redenti dal sangue preziosissimo di Gesù Cristo, riuniti nella medesima chiesa
militante, resistere compatti e intrepidi alle potenze del male, che da tante
parti continuano a minacciare la fede cristiana. Poiché «allora diventa
potentissimo il popolo di Dio, quando nell'unione della santa obbedienza i cuori
di tutti i fedeli si trovano d'accordo, e negli accampamenti delle schiere
cristiane la preparazione è simile in tutte le parti e le fortificazioni
dappertutto sono le stesse».(54) Il
principe delle tenebre non prevarrà, quando nella chiesa di Cristo regnerà
1'amore: «Poiché le opere del demonio vengono distrutte con maggior potenza,
quando i cuori degli uomini sono accesi di carità verso Dio e verso il
prossimo».(55)
Confortatrice delle Nostre speranze, e auspicio delle divine grazie, sia
l'apostolica benedizione, che a voi tutti, venerabili fratelli, e al gregge
affidato allo zelo ardentissimo di ciascuno di gran cuore impartiamo.
Roma, presso San Pietro, l'11 novembre 1961, anno IV del Nostro pontificato.
GIOVANNI PP. XXIII
(1): IOANNES PP. XXIII,
Litt. enc. Aeterna Dei sapientia de Sancto Leone I Magno, Pontifice Maximo et
Ecclesiae Doctore, ab eius obitu anno millesimo quingentesimo exeunte, [Ad
venerabiles fratres Patriarchas, Primates, Archiepiscopos, Episcopos aliosque
locorum Ordinarios pacem et communionem cum Apostolica Sede habentes], 11
novembris 1961: AAS 53(1961), pp. 785-803. Versione italiana: L'Osservatore
romano, 9-10 dic. 1961.
San Leone Magno pontefice, pastore e dottore: servitore fedele della sede
apostolica; pastore della chiesa universale; luminare di dottrina. – Il XV
centenario leoniano e il concilio Vaticano 11: l'unità della chiesa nel pensiero
del santo; il vescovo di Roma centro dell'unità visibile; prerogative del
magistero di san Pietro e dei suoi successori; grandezza spirituale dell'Urbe;
vasta risonanza di mirabile opera; voti per il ritorno dei fratelli separati. –
Esortazione finale.
(2): Cf. Sermo, 12 oct. 1952: AAS
44(1952), p. 831.
(3): Cf. Ed. DUCHESNE, I, 238.
(4): Cf. Ep. 31, 4: PL 54, 794.
(5): PL 59, 9-272.
(6): De Incarnat. Domini, contra
Nestorium liór. VII, prol.: PL 50, 9.
(7): PL 55, 21-156.
(8): Cf. PL 54, 757.
(9): PL 54, 759.
(10): Cf. Ep. 29, ad Theodosium august.:
PL 54, 783.
(11): Cf. Ep. 28: PL 54, 756.
(12): Cf. Ep. 95, ad Pulcheriam august.
, 2: PL 54, 943.
(13): Cf. Ep. 95, ad Pulcheriam august.
, 2: PL 54, 943.
(14): Cf. Ep. 95, ad Pulcheriam august.
, 2: PL 54, 943.
(15): Cf. Ep. 89, ad Marcianum imper.,
2: PL 54, 931; Ep. 103, ad Episcopos Galliarum: PL 54, 988-991.
(16): Litt. enc. Sempiternus Rex, 8
sept. 1951: AAS 43(1951), pp. 625-644; EE 6/824-872.
(17): Cf. C. KIRCH, Enchiridion
fontium hist. eccl. antiquae, Friburgi in Br.4 1923, n. 943.
(18): Ep. 104, ad Marcianum imper. ,
3: PL 54, 995; cf. Ep. 106, ad Anatolium episc. Constantinopolitanum: PL 54,
995.
(19): Ep. 104, ad Marcianum imper. ,
3: PL 54, 1022. Z° Ep. 104, ad Marcianum imper. , 3: PL 54, 1022.
(20): Ep. 104, ad Marcianum imper. ,
3: PL 54, 1022. Z° Ep. 104, ad Marcianum imper. , 3: PL 54, 1022.
(21): BENEDICTUS XIV, Const. apost.
Militantis Ecclesiae, 12 oct. 1754: Benedicti Pp. XIV Bullarium, tom. III, pars
II, p. 205 (Opera omnia, vol. 18, Prati 1847).
(22): Ep. 12, ad Episcopos Africanos,
5: PL 54, 652.
(23): Ep, 80, ad Anatolium episc.
Constantinopolitanum, 1: PL 54, 913.
(24): Serm. 26, in Nativ. Domini, 2:
PL 54, 213.
(25): Cf. Ep. 165, ad Leonem imper. ,
2: PL 54, 1157.
(26): Cf. Ep. 165, ad Leonem imper. ,
2: PL 54, 1157.
(27): Cf. Serm. 22, in Nativ. Domini,
2: PL 54, 195.
(28): Cf. Serm. 4, in Nativ. Domini,
1: PL 54 149; cf. Serm. 64, de Passione Domini, 6: PL 54, 357; Ep. 69, 4: PL 54,
870.
(29): Serm. 66, de Passione Domini, 2:
PL 54, 365-366.
(30): Serm. 64, de Passione Domini, 7:
PL 54, 357.
(31): Serm. 24, in Nativ.
Domini, 6: PL 54, 207.
(32): Ep. 14, ad Anastasium episc.
Thessal., 11: PL 54, 676.
(33): Serm. 4, de natali ipsius, 2: PL
54, 149-150.
(34): Serm. 4, de natali ipsius, 2: PL
54, 151; cf. Serm. 83, in natali s. Petri Apost. , 2: PL 54, 430.
(35): Serm. 4, 3: PL 54, 151-152; cf.
Serm. 83, 2: PL 54, 451.
(36): Serm. 5, de natali ipsius, 4: PL
54, 154.
(37): Cf. Serm. 3, de natali ipsius,
4: PL 54, 147.
(38): Serm. 3, de natali ipsius, 3: PL
54, 146; cf. Serm. 83, in natali s. Petri Apost. , 3: PL 54 432.
(39): Ep. 30, ad Concil. Milev.: PL
20, 590.
(40): Ep. 13, ad Rufum episc.
Thessaliae, 11 mart. 422: C. SILVA-TAROUCA S.L, Epistolarum Romanorum Pontificum
collect. Thessal. , Romae 1937, p. 27.
(41): Ep. 14, ad Anastasium episc.
Thessal. , 1: PL 54, 668.
(42): Serm. 82, in natali Apost. Petri
et Pauli, 1: PL 54, 422-423.
(43): Serm. 86, tract. contra haer.
Eutychis, 3: PL 54, 468.
(44): MANSI, Concil. amplissima
collect. , VI, p. 913.
(45): Ep. 100, Marciani imper. ad
Leonem episc. Romae, 3: PL 54, 972; Ep. 77, Pulcheriae aug. ad Leonem episc.
Romae, 1: PL 54, 907.
(46): Ep. 52, Theodoreti episc. ad
Leonem episc. Romae, 1: PL 54, 847.
(47): Μηναια ταυ ολον ενιαυτου, III,
Roma 1896, p. 612.
(48): PG 117, 319.
(49): Cf. CONC. VAT. I, sess. III,
cap. 3 de fide: COD 807.
(50): Cf. Adversus Haereses, 1. III,
c. 2, n. 2: PG 7, 848.
(51): Cf. Adversus Haereses, I. III,
c. 2, n. 2: PG 7, 848.
(52): Ep. 50, ad Constantinopolitanos,
2: PL 54, 843.
(53): Serm. 48, de Quadrag., 1: PL
54, 298-299.
(54): EP, gg 2: PL 54, 441-442.
(55): Ep. 95, ad Pulcheriam august.,
2: PL 54, 943.
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