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LETTERA DI GIOVANNI PAOLO II AI SACERDOTI IN OCCASIONE DEL GIOVEDI'
SANTO 1979
Per voi sono Vescovo, con voi sono Sacerdote
Cari Fratelli sacerdoti.
1. Agli inizi del mio nuovo ministero nella Chiesa, sento profondamente il
bisogno di rivolgermi a voi, a voi tutti senza alcuna eccezione, Sacerdoti sia
diocesani sia religiosi, che siete miei fratelli in virtù del sacramento
dell'Ordine. Desidero fin da principio esprimere la mia fede nella vocazione,
che vi unisce ai vostri Vescovi, in una particolare comunione di sacramento e di
ministero, mediante la quale si edifica la Chiesa, corpo mistico di Cristo. A
voi tutti quindi, che, in virtù di una grazia speciale e per una
singolare donazione al nostro Salvatore, sopportate «il peso della giornata
e il caldo» (cfr. Mt 20,12), tra le cure molteplici del servizio
sacerdotale e pastorale, si son rivolti il mio pensiero e il mio cuore fin dal
momento in cui Cristo mi ha chiamato a questa Cattedra, sulla quale un tempo san
Pietro dovette, con la sua vita e la sua morte, rispondere fino alla fine alla
domanda: «Mi vuoi bene? mi vuoi bene più di costoro...?» (cfr.
Gv 21,15ss).
A voi penso incessantemente, per voi prego, con voi cerco le vie dell'unione
spirituale e della collaborazione, perché, in virtù del sacramento
dell'Ordine, che anch'io ricevetti dalle mani del mio Vescovo (il metropolita di
Cracovia Cardinale Adamo Stefano Sapieha, di indimenticabile memoria), siete
miei fratelli. Adattando, quindi, le note parole di sant'Agostino («Vobis
enim sum episcopus, vobiscum sum christianus»: «Serm.» 340,1: PL
38, 1483), desidero oggi dirvi: «Per voi sono Vescovo, con voi sono
Sacerdote». Oggi, infatti, c'è una circostanza particolare che mi
spinge a confidarvi alcuni pensieri, che racchiudo in questa Lettera:
l'avvicinarsi del Giovedì santo. E', questa, la festa annuale del nostro
sacerdozio, che riunisce l'intero Presbiterio di ciascuna diocesi intorno al
proprio Vescovo nella comune celebrazione dell'Eucaristia. E' in questo giorno
che tutti i sacerdoti sono invitati a rinnovare, dinanzi al proprio Vescovo ed
insieme con lui, le promesse fatte nel momento dell'Ordinazione sacerdotale; e
ciò consente a me, insieme con tutti i miei Confratelli nell'Episcopato,
di ritrovarmi con voi associato in una speciale unità e, soprattutto, di
ritrovami nel cuore stesso del mistero di Gesù Cristo, a cui tutti
partecipiamo.
Il Concilio Vaticano II, che in modo tanto esplicito ha messo in rilievo la
collegialità dell'Episcopato nella Chiesa, ha dato anche una nuova forma
alla vita delle comunità sacerdotali, tra loro collegate da uno speciale
vincolo di fratellanza ed unite al Vescovo di ciascuna Chiesa particolare. Tutta
la vita e il ministero sacerdotale servono all'approfondimento e al
rafforzamento di questo legame; una particolare responsabilità, invece,
per i vari compiti riguardanti questa vita e il ministero assumono, fra l'altro,
i Consigli Presbiterali, che, conformemente al pensiero del Concilio e del Motu
proprio «Ecclesiae Sanctae» (I art. 15) di Paolo VI, debbono essere
operanti in ogni diocesi. Tutto ciò tende a far sì che ciascun
Vescovo, in unità col suo Presbiterio, possa servire in modo più
efficace la grande causa dell'evangelizzazione. Mediante questo servizio la
Chiesa realizza la sua missione, anzi la sua propria natura. Quale importanza
abbia qui l'unità dei Sacerdoti col proprio Vescovo, è confermato
dalle parole di sant'Ignazio di Antiochia («Ep. ad Magnesios», VI,1): «Abbiate
premura di compiere tutte le cose nella concordia a Dio gradita, sotto la
presidenza del Vescovo che rappresenta Dio, e con i Presbiteri che rappresentano
il collegio apostolico, e con i Diaconi, a me carissimi, ai quali è stato
affidato il servizio di Gesù Cristo».
Ci unisce l'amore di Cristo e della Chiesa
2. Non è mia intenzione racchiudere in questa Lettera tutto ciò
che costituisce la ricchezza della vita e del ministero sacerdotale. Mi
riferisco a questo proposito, all'intera tradizione del Magistero della Chiesa
e, in modo particolare, alla dottrina del Concilio Vaticano II, contenuta nei
suoi diversi documenti, soprattutto nella costituzione «Lumen Gentium»
e nei Decreti «Presbyterorum Ordinis» e «Ad Gentes». Mi
ricollego, altresì, all'Enciclica del mio predecessore Paolo VI «Sacerdotalis
Caelibatus». Infine, intendo dare grande importanza al documento «De
Sacerdotio ministeriali», che lo stesso Paolo VI approvò, quale
frutto dei lavori del Sinodo dei Vescovi del 1971, poiché trovo in esso -
sebbene quella sessione del Sinodo, che l'aveva elaborato, avesse carattere
consultivo - una enunciazione di importanza essenziale per quanto riguarda
l'aspetto specifico della vita e del ministero sacerdotale nel mondo
contemporaneo.
Richiamandomi a tutte queste fonti, a voi note, desidero con la presente
Lettera accennare soltanto ad alcuni punti, che mi sembrano di estrema
importanza in questo momento della storia della Chiesa e del mondo. Son parole,
queste, a me dettate dall'amore per la Chiesa, la quale sarà in grado di
adempiere la sua missione riguardo al mondo soltanto se - nonostante tutta la
debolezza umana - manterrà la sua fedeltà a Cristo. So che mi
rivolgo a coloro, ai quali soltanto l'amore di Cristo ha concesso, con una
specifica vocazione, di donarsi al servizio della Chiesa e, nella Chiesa, al
servizio dell'uomo, per la soluzione dei problemi più importanti,
specialmente di quelli che riguardano la sua salvezza eterna.
Anche se all'inizio di queste mie considerazioni mi riferisco a molte fonti
scritte e a documenti ufficiali, tuttavia intendo rifarmi soprattutto a quella
sorgente viva ch'è il nostro comune amore verso Cristo e la sua Chiesa,
amore che nasce dalla grazia della vocazione sacerdotale, amore che è il
più grande dono dello Spirito Santo (cfr. Rm 5,5; 1Cor 12,31; 13).
«Scelto fra gli uomini... costituito in favore degli uomini»
3. Il Concilio Vaticano II ha approfondito la concezione del sacerdozio,
presentandolo, nell'insieme del suo magistero, come espressione delle forze
interiori, di quei «dinamismi» per mezzo dei quali si configura la
missione di tutto il Popolo di Dio nella Chiesa. Occorre qui riferirsi
soprattutto alla costituzione «Lumen Gentium», rileggendo attentamente
i relativi paragrafi. La missione del Popolo di Dio si attua mediante la
partecipazione all'ufficio ed alla missione dello stesso Gesù Cristo, che
- come è noto - ha una triplice dimensione: è missione e ufficio
di Profeta, di Sacerdote e di Re. Analizzando con attenzione i testi conciliari,
è chiaro che bisogna parlare di una triplice dimensione del servizio e
della missione di Cristo, piuttosto che di tre funzioni diverse. Difatti, queste
sono fra di loro intimamente connesse, si spiegano reciprocamente, si
condizionano reciprocamente e reciprocamente si illuminano. Di conseguenza, è
da questa triplice unità che scaturisce la nostra partecipazione alla
missione e all'ufficio di Cristo. Come cristiani, membri del Popolo di Dio e,
successivamente, come Sacerdoti, partecipi dell'ordine gerarchico, prendiamo
origine dall'insieme della missione e dell'ufficio del nostro Maestro che è
Profeta, Sacerdote e Re, per rendergli una particolare testimonia nella Chiesa e
dinanzi al mondo.
Il sacerdozio al quale partecipiamo mediante il sacramento dell'Ordine, che
e stato per sempre «impresso» nelle nostre anime per mezzo di un segno
particolare di Dio, cioè il «carattere», rimane in esplicita
relazione col sacerdozio comune dei fedeli, cioè di tutti i battezzati e,
in pari tempo, differisce da esso «essenzialmente, e non solo di grado»
(«Lumen Gentium», 10). In tal modo, acquistano pieno significato le
parole dell'autore della Lettera agli Ebrei sul sacerdote, il quale «scelto
fra gli uomini, viene costituito in favore degli uomini» (Eb 5,11).
A questo punto, è meglio rileggere ancora una volta tutto questo
classico testo conciliare, che esprime le verità fondamentali sul tema
della nostra vocazione nella Chiesa: «Cristo Signore, Pontefice assunto di
mezzo agli uomini (cfr. Eb 5,1-5), fece del nuovo popolo "un regno e
sacerdoti per il Dio e Padre suo" (Ap 1,6; cfr. 5,9-10). Infatti, per la
rigenerazione e l'unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati a
formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte
le opere del cristiano, spirituali sacrifici e far conoscere i prodigi di Colui,
che dalle tenebre li chiamò all'ammirabile sua luce (cfr. 1Pt 2,4-10).
Quindi, tutti i discepoli di Cristo, perseverando nella preghiera e lodando
insieme Dio (cfr. At 2,42-47), offrano se stessi come vittima viva, santa,
gradevole a Dio (cfr. Rm 12,1), rendano dappertutto testimonianza di Cristo e, a
chi la richieda, rendano ragione della loro speranza della vita eterna (cfr. 1Pt
3,15). Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o
gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono
tuttavia ordinati l'uno all'altro, poiché l'uno e l'altro, ognuno a suo
proprio modo, partecipano dell'unico sacerdozio di Cristo. Il sacerdote
ministeriale, con la potestà sacra di cui è investito, forma e
regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico in persona di
Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli, in virtù del
regale loro sacerdozio, concorrono all'oblazione dell'Eucaristia, e lo
esercitano col ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con
la testimonianza di una vita santa, con l'abnegazione e l'operosa carità»
(«Lumen Gentium», 10).
Il sacerdote, dono di Cristo per la comunità
4. Dobbiamo considerare fino in fondo non soltanto il significato teorico,
ma anche quello esistenziale della mutua «relazione», che sussiste fra
sacerdozio gerarchico e sacerdozio comune dei fedeli, se essi differiscono fra
loro non solo di grado ma di essenza, ciò è frutto di una
particolare ricchezza dello stesso sacerdozio di Cristo, che è l'unico
centro e l'unica fonte sia di quella partecipazione che è propria di
tutti i battezzati, sia di quell'altra partecipazione, a cui si perviene per
mezzo di un distinto sacramento, che è appunto il sacramento dell'Ordine.
Questo sacramento, cari fratelli, per noi specifico, frutto della peculiare
grazia della vocazione e base della nostra identità, in virtù
della sua stessa natura e di tutto ciò che esso produce nella nostra vita
e attività, serve a rendere consapevoli i fedeli del loro sacerdozio
comune e ad attualizzarlo (cfr. Ef 4,11-12): esso ricorda loro che sono Popolo
di Dio e li abilita all'«offerta di quei sacrifici spirituali» (cfr.
1Pt 2,5), mediante i quali Cristo stesso fa di noi eterno dono al Padre (cfr.
1Pt 3,18). Questo avviene, innanzitutto, quando il sacerdote «con la potestà
sacra, di cui è investito... compie il sacrificio eucaristico in persona
di Cristo («in persona Christi») e lo offre a Dio a nome di tutto il
popolo» (cfr. «Lumen Gentium», 10), come leggiamo nel menzionato
testo conciliare.
Il nostro sacerdozio sacramentale, quindi, è sacerdozio «gerarchico»
ed insieme «ministeriale». Costituisce un particolare «ministerium»,
cioè è «servizio» nei riguardi della comunità dei
credenti. Non trae, però, origine da questa comunità, come se
fosse essa a «chiamare» o a «relegare». Esso è,
invero, dono per questa comunità e proviene da Cristo stesso, dalla
pienezza del suo sacerdozio. Tale pienezza trova la sua espressione nel fatto
che Cristo, rendendo tutti idonei ad offrire il sacrificio spirituale, chiama
alcuni e li abilita ad esser ministri del suo stesso sacrificio sacramentale,
l'Eucaristia, alla cui oblazione concorrono tutti i fedeli e in cui vengono
inseriti i sacrifici spirituali del Popolo di Dio.
Consapevoli di questa realtà, comprendiamo in che modo il nostro
sacerdozio sia «gerarchico», cioè connesso con la potestà
di formare e reggere il popolo sacerdotale (cfr. «Lumen Gentium», 10),
e proprio per questo «ministeriale». Compiamo questo ufficio, mediante
il quale Cristo stesso «serve» incessantemente il Padre nell'opera
della nostra salvezza. Tutta la nostra esistenza sacerdotale è e deve
essere profondamente pervasa da questo servizio, se vogliamo compiere
adeguatamente il sacrificio eucaristico «in persona Christi».
Il sacerdozio richiede una particolare integrità di vita e di
servizio, e appunto una tale integrità si addice sommamente alla nostra
identità sacerdotale. In essa si esprime, in pari tempo, la grandezza
della nostra dignità e la «disponibilità» ad essa
proporzionata: si tratta dell'umile prontezza ad accettare i doni dello Spirito
Santo e ad elargire agli altri i frutti dell'amore e della pace, a donare a loro
quella certezza della fede, dalla quale derivano la profonda comprensione del
senso dell'esistenza umana e la capacità di introdurre l'ordine morale
nella vita degli individui e degli ambienti umani.
Poiché il sacerdozio è dato a noi per servire incessantemente
gli altri, come faceva Cristo Signore, non si può ad esso rinunciare a
causa delle difficoltà che incontriamo e dei sacrifici che ci sono
richiesti. Allo stesso modo degli Apostoli, «noi abbiamo lasciato tutto per
seguire Cristo» (cfr. Mt 19,27); dobbiamo, perciò, perseverare
accanto a lui anche attraverso la croce.
A servizio del Buon Pastore
5. Mentre scrivo, si presentano davanti allo sguardo della mia anima i più
estesi e svariati settori della vita degli uomini, a cui, cari fratelli, siete
invitati come operai nella vigna del Signore (cfr. Mt 20,1-16). Ma per voi vale
anche il paragone del gregge (cfr. Gv 10,1-16), dato che, grazie al carattere
sacerdotale, partecipate al carisma pastorale, il che è segno di una
peculiare relazione di somiglianza a Cristo, Buon Pastore. Voi siete
precisamente insigniti di questa qualifica, in modo del tutto speciale. Benché
la sollecitudine per la salvezza degli altri sia e debba essere compito di
ciascun membro della grande comunità del Popolo di Dio, cioè anche
di tutti i nostri fratelli e sorelle laici - come ha dichiarato così
ampiamente il Concilio Vaticano II («Lumen Gentium», cap. II) -
tuttavia da voi Sacerdoti si attendono una sollecitudine ed un impegno ben
maggiori e diversi da quelli di qualunque laico; e ciò perché la
vostra partecipazione al sacerdozio di Gesù Cristo differisce dalla loro
partecipazione «essenzialmente, e non solo di grado» («Lumen
Gentium», 10).
Difatti, il sacerdozio di Gesù Cristo è la prima sorgente e
l'espressione di un'incessante e sempre efficace sollecitudine per la nostra
salvezza, che ci permette di guardare a lui proprio come al Buon Pastore. Le
parole «Il buon pastore offre la vita per le sue pecorelle» (Gv 10,11)
non si riferiscono forse al sacrificio della croce, al definitivo atto del
sacerdozio di Cristo? Non indicano forse a noi tutti, che Cristo Signore,
mediante il sacramento dell'Ordine, ha reso partecipi del suo Sacerdozio, la via
che anche noi dobbiamo percorrere? Queste parole non ci dicono forse che la
nostra vocazione è una singolare sollecitudine per la salvezza del nostro
prossimo? che questa sollecitudine è una particolare ragion d'essere
della nostra vita sacerdotale? Che proprio essa le dà senso, e che
solamente per mezzo di essa possiamo ritrovare il pieno significato della nostra
propria vita, la nostra perfezione, la nostra santità? Questo tema viene
ripreso, in vari luoghi, nel Decreto conciliare «Optatam Totius» (cfr.
nn. 8-11; 19ss).
Questo problema, tuttavia, diventa più comprensibile alla luce delle
parole del nostro stesso Maestro, che dice: «Chi vorrà salvare la
propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa
mia e del Vangelo, la salverà» (Mc 8,35). Sono, queste, parole
misteriose, e sembrano un paradosso. Ma esse cessano di esser misteriose, se
cerchiamo di metterle in pratica. Allora il paradosso scompare, e si rivela
pienamente la profonda semplicità del loro significato. Sia concessa a
noi tutti questa grazia nella nostra vita sacerdotale e nel nostro servizio
pieno di zelo.
«Arte delle arti è la guida delle anime»
6. La particolare sollecitudine per la salvezza degli altri, per la verità,
per l'amore e la santità di tutto il popolo di Dio, per l'unità
spirituale della Chiesa, che ci è stata affidata da Cristo insieme alla
potestà sacerdotale, si esplica in varie maniere. Diverse certamente sono
le vie lungo le quali, cari fratelli, adempite la vostra vocazione sacerdotale.
Gli uni nell'ordinaria pastorale parrocchiale; gli altri nelle terre di
missione; altri, ancora, nel campo delle attività connesse con
l'insegnamento, con l'istruzione e l'educazione della gioventù, lavorando
nei vari ambienti e organizzazioni, e accompagnando lo sviluppo della vita
sociale e culturale; altri, infine, accanto ai sofferenti, agli ammalati, agli
abbandonati; alle volte, voi stessi, inchiodati a un letto di dolore. Diverse
sono queste vie, ed è perfino impossibile nominarle tutte singolarmente.
Necessariamente esse sono numerose e differenziate, perché varia è
la struttura della vita umana, dei processi sociali, delle tradizioni storiche e
del patrimonio delle diverse culture e civiltà. Nondimeno, in tutte
queste differenziazioni, voi siete sempre e dappertutto portatori della vostra
particolare vocazione: siete portatori della grazia di Cristo, eterno Sacerdote,
e del carisma del buon Pastore. E questo non potete mai dimenticare; a questo
non potete mai rinunciare; questo dovete in ogni tempo e in ogni luogo e in ogni
modo attuare. In ciò consiste quell'«arte delle arti», alla
quale Gesù Cristo vi ha chiamati. «Arte delle arti è la guida
delle anime», scriveva San Gregorio Magno («Regula pastoralis» I,
1: PL 77, 14).
Vi dico, dunque, rifacendomi il queste sue parole: sforzatevi di essere «artisti»
della pastorale. Ce ne sono stati molti nella storia della Chiesa. Occorre
elencarli? A ciascuno di noi parlano, ad esempio, san Vincenzo de Paul, San
Giovanni d'Avila, il santo Curato d'Ars, san Giovanni Bosco, il beato
Massimiliano Kolbe, e tanti, tanti altri. Ognuno di loro era diverso dagli
altri, era se stesso, era figlio dei suoi tempi ed era «aggiornato»
rispetto ai suoi tempi. Ma questo «aggiornamento» di ciascuno era una
risposta originale al Vangelo, una risposta necessaria proprio per quei tempi,
era la risposta della santità e dello zelo. Non vi è altra regola
al di fuori di questa per «aggiornarci», nella nostra vita e
nell'attività sacerdotale, ai nostri tempi d all'attualità del
mondo. Indubbiamente, non possono essere considerati come adeguato «aggiornamento»
i vari tentativi e progetti di «laicizzazione» della vita sacerdotale.
Dispensatore e testimone
7. La vita sacerdotale è costruita sul fondamento del sacramento
dell'Ordine, che imprime nella nostra anima il segno di un carattere indelebile.
Questo segno, impresso nel profondo del nostro essere umano, ha la sua dinamica
«personalistica». La personalità sacerdotale deve essere per
gli altri un chiaro e limpido segno e un'indicazione. E', questa, la prima
condizione del nostro servizio pastorale. Gli uomini, fra i quali siamo scelti e
per i quali veniamo costituiti (cfr. Eb 5,1), vogliono soprattutto vedere in noi
un tale segno e una tale indicazione, e ne hanno diritto. Può sembrarci
talvolta che non lo vogliano, o che desiderino che siamo in tutto «come
loro»; alle volte sembra addirittura che lo esigano da noi. E qui è
proprio necessario un profondo «senso di fede» e «il dono del
discernimento». Difatti, è molto facile lasciarsi guidare dalle
apparenze e diventare vittime di una fondamentale illusione. Coloro che
richiedono la laicizzazione della vita sacerdotale e che plaudono alle vane sue
manifestazioni, ci abbandoneranno certamente, quando soccomberemo alla
tentazione; ed allora cesseremo di essere necessari e popolari. La nostra epoca
è caratterizzata da diverse forme di «manipolazione» e di «strumentalizzazione»
dell'uomo, ma noi non possiamo cedere a nessuna di esse («Non illudiamoci
di servire il Vangelo se tentiamo di "diluire" il nostro carisma
sacerdotale attraverso un esagerato interesse verso il vasto campo dei problemi
temporali, se desideriamo "laicizzare" il nostro modo di vivere e di
agire, se cancelliamo anche i segni esterni della nostra vocazione sacerdotale.
Dobbiamo conservare il senso della nostra singolare vocazione, e tale "singolarità"
deve esprimersi anche nella nostra veste esteriore. Non vergogniamocene! Sì,
siamo nel mondo! Ma non siamo del mondo!»: Giovanni Paolo II, «Discorso
al Clero di Roma», n. 3,9 novembre 1978). In definitiva, risulterà
sempre necessario agli uomini soltanto il sacerdote ch'è consapevole del
senso pieno del suo sacerdozio: il sacerdote che crede profondamente, che
professa con coraggio la sua fede, che prega con fervore, che insegna con
profonda convinzione, che serve, che attua nella sua vita il programma delle
Beatitudini, che sa amare disinteressatamente, che è vicino a tutti e, in
particolare, ai più bisognosi.
La nostra attività pastorale esige che stiamo vicini agli uomini e a
tutti i loro problemi, sia quelli personali e familiari, che quelli sociali, ma
esige pure che stiamo vicini a tutti questi problemi «da sacerdoti».
Solo allora, nell'ambito di tutti quei problemi, rimaniamo noi stessi. Se quindi
serviamo veramente quei problemi umani, alle volte molto difficili, allora
conserviamo la nostra identità e siamo veramente fedeli alla nostra
vocazione.
Dobbiamo cercare con grande perspicacia, insieme con tutti gli uomini, la
verità e la giustizia, la cui vera e definitiva dimensione non possiamo
trovare che nel Vangelo, anzi, in Cristo stesso. Il nostro compito è di
servire la verità e la giustizia nelle dimensioni della «temporalità»
umana, ma sempre in una prospettiva che sia quella della salvezza eterna. Questa
tiene conto delle conquiste temporali dello spirito umano nell'ambito della
conoscenza e della morale, come ha ricordato in modo mirabile il Concilio
Vaticano II (cfr. «Gaudium et Spes», 38-42), ma non si identifica con
esse e, in realtà, le supera: «Quelle cose che occhio non vide, né
orecchio udì... queste ha preparato Dio per coloro che lo amano»
(1Cor 2,9). Gli uomini nostri fratelli nella fede e anche i non credenti
attendono da noi che siamo sempre in grado di indicare loro questa prospettiva,
che diventiamo testimoni autentici di essa, che siamo dispensatori della grazia,
che siamo servitori della Parola di Dio. Attendono che siamo uomini di
preghiera.
Ci sono in mezzo a noi anche coloro che hanno unito la loro vocazione
sacerdotale, in modo speciale, con un'intensa vita di preghiera e di penitenza
nella forma strettamente contemplativa dei rispettivi Ordini Religiosi.
Ricordino essi che il loro ministero sacerdotale anche in questa forma è
- in modo particolare - «ordinato» alla grande sollecitudine del buon
Pastore, che è la sollecitudine per la salvezza di ogni uomo. E questo
dobbiamo tutti ricordare: che a nessuno di noi è lecito meritare il nome
di «mercenario», cioè di uno «al quale le pecore non
appartengono», di uno «che vede venire il lupo, abbandona le pecore e
fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli
importa delle pecore» (Gv 10,12ss). La sollecitudine di ogni buon Pastore è
che gli uomini «abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza» (Gv 10,10),
affinché nessuno di loro vada perduto (cfr. Gv 17,12), ma abbia la vita
eterna, facciamo sì che questa sollecitudine penetri profondamente nelle
nostre anime: cerchiamo di viverla. Che essa caratterizzi la nostra personalità,
e stia alla base della nostra identità sacerdotale.
Significato del celibato
8. Permettete che qui tocchi il problema del celibato sacerdotale. Lo
tratterò sinteticamente, perché è stato già preso in
considerazione in modo profondo e completo durante il Concilio e, in seguito,
nell'Enciclica «Sacerdotalis Caelibatus», e ancora durante la sessione
ordinaria del Sinodo dei Vescovi del 1971. Tale riflessione si è
dimostrata necessaria sia per presentare il problema in modo ancor più
maturo, sia per motivare ancor più profondamente il senso della
decisione, che la Chiesa Latina ha assunto da tanti secoli e alla quale ha
cercato di essere fedele, desiderando mantenere anche nel futuro questa fedeltà.
L'importanza del problema in questione è così grave e il suo
legame col linguaggio dello stesso Vangelo così stretto, che non possiamo
in questo caso pensare con categorie diverse da quelle di cui si sono serviti il
Concilio, il Sinodo dei Vescovi e lo stesso grande Papa Paolo VI. Possiamo
soltanto cercare di comprendere questo problema più profondamente e di
rispondervi in modo più maturo, liberandoci sia dalle varie obiezioni,
che sempre - come avviene anche oggi - sono state sollevate contro il celibato
sacerdotale, sia dalle diverse interpretazioni che si riferiscono a criteri
estranei al Vangelo, alla Tradizione e al Magistero della Chiesa; criteri,
aggiungiamo, la cui esattezza e fondatezza «antropologica» si rivelano
molto dubbie e di valore relativo.
Non dobbiamo, del resto, meravigliarci troppo di tutte queste obiezioni e
critiche che, nel periodo postconciliare, si sono intensificate e che qua e là
sembra si vadano oggi attenuando. Gesù Cristo, dopo aver presentato ai
discepoli la questione della rinuncia al matrimonio «per il regno dei cieli»,
non ha forse aggiunto quelle parole significative: «Chi può
intendere, intenda» (Mt 19,12)? La Chiesa Latina ha voluto e continua a
volere, riferendosi all'esempio dello stesso Cristo Signore, all'insegnamento
apostolico e a tutta la tradizione che le è propria, che tutti coloro i
quali ricevono il sacramento dell'Ordine abbraccino questa rinuncia per il regno
dei cieli. Questa tradizione, però, è unita al rispetto verso
tradizioni differenti di altre Chiese. Difatti, essa costituisce una
caratteristica, una peculiarità e una eredità della Chiesa
cattolica Latina, alla quale questa deve molto e nella quale è decisa a
perseverare, nonostante tutte le difficoltà, a cui una tale fedeltà
potrebbe essere esposta, e malgrado anche i vari sintomi di debolezza e di crisi
di singoli Sacerdoti. Tutti siamo coscienti che «abbiamo questo tesoro in
vasi di creta» (cfr. 2Cor 4,7); tuttavia, sappiamo bene che esso è
appunto un tesoro.
Perché un tesoro? Vogliamo forse con ciò sminuire il valore
del matrimonio e la vocazione alla vita familiare? Oppure soccombiamo al
disprezzo manicheo per il corpo umano e per le sue funzioni? Vogliamo forse in
qualche modo deprezzare l'amore, che conduce l'uomo e la donna al matrimonio e
alla coniugale unità del corpo, per formare così «una carne
sola» (Gen 2,24; Mt 19,6)? Come potremmo pensare e ragionare in tale modo,
se sappiamo, crediamo e proclamiamo, seguendo san Paolo, che il matrimonio è
un «mistero grande» in riferimento a Cristo e alla Chiesa? (cfr. Ef
5,32). Nessuno, però, dei motivi con cui alle volte si cerca di «convincerci»
circa l'inopportunità del celibato corrisponde alla verità, che la
Chiesa proclama e che cerca di realizzare nella vita mediante l'impegno, a cui
si obbligano i Sacerdoti prima della sacra Ordinazione. Il motivo, invece,
essenziale, proprio e adeguato è racchiuso nella verità che Cristo
ha dichiarato, parlando della rinuncia al matrimonio per il regno dei cieli, e
che san Paolo proclamava, scrivendo che ognuno nella Chiesa ha il suo proprio
dono (cfr. 1Cor 7,7). Il celibato è appunto «dono dello Spirito».
Un simile, benché diverso, dono è contenuto nella vocazione al
vero e fedele amore coniugale, diretto alla procreazione secondo la carne, nel
contesto così grande del sacramento del matrimonio. E' noto come questo
dono sia fondamentale per costruire la grande comunità della Chiesa,
Popolo di Dio. Se però questa comunità vorrà rispondere
pienamente alla sua vocazione in Gesù Cristo, sarà necessario che
in essa si realizzi, in proporzione adeguata, anche quell'altro «dono»,
il dono del celibato «per il regno dei cieli» (Mt 19,12).
Per quale ragione la Chiesa cattolica Latina collega questo dono non
soltanto alla vita delle persone che accettano lo stretto programma dei consigli
evangelici negli Istituti Religiosi, ma anche alla vocazione al sacerdozio
insieme gerarchico e ministeriale? Lo fa perché il celibato «per il
regno» non è soltanto un segno escatologico, ma ha anche un grande
significato sociale, nella vita presente, per il servizio al Popolo di Dio. Il
Sacerdote, attraverso il suo celibato, diventa l'«uomo per gli altri»,
in modo diverso da come lo diventa uno che, legandosi in unità coniugale
con la donna, diventa anch'egli, come sposo e padre, «uomo per gli altri»
soprattutto nel raggio della propria famiglia: per la sua sposa, e insieme con
essa per i figli, ai quali dà la vita. Il Sacerdote, rinunciando a questa
paternità ch'è propria degli sposi, cerca un'altra paternità
e quasi addirittura un'altra maternità, ricordando le parole
dell'Apostolo circa i figli, che egli genera nel dolore (cfr. 1Cor 4,15; Gal
4,19). Sono essi figli del suo spirito, uomini affidati dal buon Pastore alla
sua sollecitudine. Questi uomini sono molti, più numerosi di quanti ne
possa abbracciare una semplice famiglia umana. La vocazione pastorale dei
Sacerdoti è grande e il Concilio insegna che è universale: essa è
diretta verso tutta la Chiesa (cfr. «Presbyterorum Ordinis», 3, 6, 10,
12) e, quindi, è anche missionaria. Normalmente, essa è legata al
servizio di una determinata comunità del Popolo di Dio, in cui ognuno si
aspetta attenzione, premura, amore. Il cuore del Sacerdote, per essere
disponibile a tale servizio, a tale sollecitudine e amore, deve essere libero.
Il celibato è segno di una libertà, che è per il servizio.
In virtù di questo segno il sacerdozio gerarchico, ossia «ministeriale»,
è - secondo la tradizione della nostra Chiesa - più strettamente «ordinato»
al sacerdozio comune dei fedeli.
Prova e responsabilità
9. Frutto di equivoco - se non proprio di malafede - è l'opinione
spesso diffusa, secondo cui il celibato sacerdotale nella Chiesa cattolica
sarebbe semplicemente un'istituzione imposta per legge a coloro che ricevono il
sacramento dell'Ordine.
Tutti sappiamo che non è così. Ogni cristiano che riceve il
sacramento dell'Ordine s'impegna al celibato con piena coscienza e libertà,
dopo una preparazione pluriennale, una profonda riflessione e una assidua
preghiera. Egli prende la decisione per la vita nel celibato solo dopo esser
giunto alla ferma convinzione che Cristo gli concede questo «dono» per
il bene della Chiesa e per il servizio degli altri. Solo allora s'impegna ad
osservarlo per tutta la vita. E' ovvio che una tale decisione obbliga non
soltanto in virtù della legge stabilita dalla Chiesa, ma anche in virtù
della responsabilità personale. Si tratta qui di mantenere la parola data
a Cristo e alla Chiesa. Il mantenimento della parola è, insieme, dovere e
verifica della maturità interiore del sacerdote, è l'espressione
della sua dignità personale. Ciò si manifesta in tutta la sua
chiarezza, quando il mantenimento della parola data a Cristo, attraverso un
consapevole e libero impegno celibatario per tutta la vita, incontra difficoltà,
viene messo alla prova, oppure è esposto alla tentazione, tutte cose che
non risparmiano il Sacerdote, come qualunque altro uomo e cristiano. In tale
momento ciascuno deve cercare sostegno nella preghiera più fervente.
Deve, mediante la preghiera, ritrovare in sé quell'atteggiamento di umiltà
e di sincerità riguardo a Dio e alla propria coscienza, che è
appunto la sorgente della forza per sorreggere ciò che vacilla. E' allora
che nasce una fiducia simile a quella che san Paolo ha espresso con le parole: «Tutto
io posso in colui che mi dà forza» (Fil 4,13). Queste verità
sono confermate dall'esperienza di numerosi Sacerdoti e provate dalla realtà
della vita. L'accettazione di esse costituisce la base della fedeltà alla
parola data a Cristo e alla Chiesa, che è in pari tempo la verifica
dell'autentica fedeltà a se stesso, alla propria coscienza, alla propria
umanità e dignità. A tutto ciò bisogna pensare soprattutto
nei momenti di crisi, e non già ricorrere alla dispensa, intesa quale «intervento
amministrativo», come se in realtà non si trattasse, al contrario,
di una profonda questione di coscienza e di una prova di umanità. Dio ha
diritto a tale prova nei riguardi di ciascuno di noi, se è vero che la
vita terrena è per ogni uomo un tempo di prova. Ma Dio vuole parimenti
che usciamo vittoriosi da tali prove, e ce ne dà l'aiuto adeguato.
Forse, non senza ragione, occorre qui aggiungere che l'impegno della fedeltà
coniugale, derivante dal sacramento del matrimonio, crea nel suo ambito obblighi
analoghi, e che talvolta esso diventa un terreno di analoghe prove ed esperienze
per gli sposi, mariti e mogli, i quali pure in queste «prove del fuoco»
hanno modo di verificare il valore del loro amore. L'amore, infatti, in ogni sua
dimensione non è soltanto chiamata, ma anche dovere. Aggiungiamo, infine,
che i nostri fratelli e sorelle legati dal matrimonio hanno il diritto di
aspettarsi da noi, Sacerdoti e Pastori, il buon esempio e la testimonianza della
fedeltà alla vocazione fino alla morte, fedeltà alla vocazione che
noi scegliamo mediante il sacramento dell'Ordine, come essi la scelgono mediante
il sacramento del matrimonio. Anche in questo ambito e in questo senso dobbiamo
intendere il nostro sacerdozio ministeriale come «subordinazione» al
sacerdozio comune di tutti i fedeli, dei laici, specialmente di coloro che
vivono nel matrimonio e formano una famiglia. In tal modo, noi serviamo «per
edificare il corpo di Cristo» (Ef 4,12); altrimenti, anziché
cooperare alla sua edificazione, ne indeboliamo la spirituale compagine. Con
questa edificazione del corpo di Cristo è strettamente collegato
l'autentico sviluppo della personalità umana di ogni cristiano - come
anche di ogni Sacerdote - che si realizza secondo la misura del dono di Cristo.
La disorganizzazione della compagine spirituale della Chiesa non favorisce
certamente lo sviluppo della personalità umana e non costituisce la sua
giusta verifica.
Ogni giorno è necessario convertirsi
10. «Che cosa dobbiamo fare?» (Lc 3,10): così sembra che
domandiate, cari fratelli, come tante volte chiedevano allo stesso Cristo
Signore i discepoli e coloro che lo ascoltavano. Che cosa deve fare la Chiesa,
quando sembra che manchino i Sacerdoti, quando la loro carenza si fa sentire
specialmente in alcuni Paesi e Regioni del mondo? In quale modo dobbiamo
rispondere agli immensi bisogni di evangelizzazione, e come possiamo saziare la
fame della Parola e del Corpo del Signore? La Chiesa, che s'impegna a mantenere
il celibato dei Sacerdoti come dono particolare per il regno di Dio, professa la
fede ed esprime la speranza verso il suo Maestro, Redentore e Sposo, ed insieme
verso Colui che è «padrone della messe» e «datore del dono»
(Mt 9,38; 1Cor 7,7). Infatti, «ogni dono perfetto viene dall'alto e
discende dal Padre della luce» (Gc 1,17). Non possiamo noi indebolire
questa fede e questa fiducia col nostro dubbio umano, o con la nostra
pusillanimità.
Di conseguenza, tutti dobbiamo ogni giorno convertirci. Sappiamo che questa è
un'esigenza fondamentale del Vangelo, rivolta a tutti gli uomini (cfr. Mt 4,17;
Mc 1,15), e tanto più dobbiamo considerarla come rivolta a noi. Se
abbiamo il dovere di aiutare gli altri a convertirsi, altrettanto dobbiamo fare
di continuo noi stessi nella nostra vita. Convertirci significa ritornare alla
grazia stessa della nostra vocazione, meditare l'infinita bontà e
l'infinito amore di Cristo, che si è rivolto a ciascuno di noi e,
chiamandoci per nome, ha detto: «Seguimi». Convertirci vuol dire «rendere
conto» sempre del nostro servizio, del nostro zelo, della nostra fedeltà,
dinanzi al Signore dei nostri cuori, perché siamo «ministri di
Cristo e amministratori dei misteri di Dio» (1Cor 4,1). Convertirci vuol
dire «rendere conto» anche delle nostre negligenze e peccati, della
pusillanimità, della mancanza di fede e di speranza, del pensare soltanto
«in un modo umano», e non «divino». Ricordiamo, a tale
proposito, il monito che Cristo rivolse a Pietro stesso (cfr. Mt 16,23).
Convertirci significa per noi cercare di nuovo il perdono e la forza di Dio nel
sacramento della Riconciliazione, e così ricominciare sempre da capo, ed
ogni giorno progredire, dominarci, fare conquiste spirituali, donare
gioiosamente, perché «Dio vuol bene a chi dona con gioia» (2Cor
9,7).
Convertirci vuol dire «pregare sempre, senza stancarsi» (Lc 18,1).
La preghiera è in un certo modo la prima e ultima condizione della
conversione, del progresso spirituale, della santità. Forse negli ultimi
anni - almeno in certi ambienti - si è discusso troppo sul sacerdozio,
sull'«identità» del sacerdote, sul valore della sua presenza
nel mondo contemporaneo, ecc., e al contrario si è pregato troppo poco.
Non c'è stato abbastanza slancio per realizzare lo stesso sacerdozio
mediante la preghiera, per rendere efficace il suo autentico dinamismo
evangelico, per confermare l'identità sacerdotale. E' la preghiera che
indica lo stile essenziale del sacerdozio; senza di essa questo stile si
deforma. La preghiera ci aiuta a ritrovare sempre la luce, che ci ha condotti
fin dagli inizi della nostra vocazione sacerdotale, e che incessantemente ci
conduce, anche se talvolta sembra perdersi nel buio. La preghiera ci permette di
convertirci continuamente, di rimanere nello stato di tensione costante verso
Dio, che è indispensabile se vogliamo condurre gli altri a lui. La
preghiera ci aiuta a credere, a sperare e ad amare, anche quando la nostra
debolezza umana ci ostacola.
La preghiera ci consente, inoltre, di riscoprire di continuo le dimensioni
di quel regno, per la cui venuta preghiamo ogni giorno, ripetendo le parole che
Cristo ci ha insegnato. Allora avvertiamo quale sia il nostro posto nella
realizzazione di questa richiesta: «Venga il tuo regno», e vediamo
quanto siamo necessari perché essa si realizzi. E forse, quando
preghiamo, scorgeremo più facilmente quei «campi che già
biondeggiano per la mietitura» (Gv 4,35) e comprenderemo quale significato
abbiano le parole che Cristo pronunciò alla vista di essi: «Pregate,
dunque, il padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe»
(Mt 9,38).
La preghiera dobbiamo unirla ad un continuo lavoro su noi stessi: è
la «formatio permanens». Come giustamente ricorda il Documento emanato
circa questo tema dalla Sacra Congregazione per il Clero (cfr. «Litterae
Circulares», 4 novembre 1969: AAS 62 [1970] 123ss), una tale formazione
deve essere sia interiore, tendente cioè all'approfondimento della vita
spirituale del sacerdote, sia pastorale e intellettuale (filosofica e
teologica). Se dunque la nostra attività pastorale, l'annuncio della
Parola e l'insieme del ministero sacerdotale dipendono dall'intensità
della nostra vita interiore, essa deve egualmente trovare il suo sostegno in uno
studio assiduo. Non basta arrestarci a ciò che abbiamo un tempo imparato
in seminario, anche nel caso che si sia trattato di studi a livello
universitario, verso i quali orienta risolutamente la Sacra Congregazione per
l'Educazione Cattolica. Questo processo di formazione intellettuale deve
protrarsi per tutta la vita, specialmente nei tempi odierni caratterizzati -
almeno in molte Regioni del mondo - dallo sviluppo generale della pubblica
istruzione e della cultura. Dinanzi agli uomini, che usufruiscono dei benefici
di questo sviluppo, noi dobbiamo essere testimoni di Gesù Cristo,
adeguatamente qualificati. Come maestri della verità e della morale, noi
dobbiamo rendere loro conto, in modo convincente ed efficace, della speranza che
ci vivifica (cfr. 1Pt 3,15). E ciò fa anche parte del processo della
conversione quotidiana all'amore, mediante la verità.
Fratelli cari! voi che «sopportate il peso della giornata e il caldo»
(cfr. Mt 20,12), che avete messo mano all'aratro e non vi volgete indietro (cfr.
Lc 9,62), e forse ancor più voi che dubitate del senso della vostra
vocazione, o del valore del vostro servizio! Pensate a quei luoghi, dove gli
uomini attendono con ansia un Sacerdote, e dove da molti anni, sentendo la sua
mancanza, non cessano di auspicare la sua presenza. E avviene, talvolta, che si
riuniscono in un Santuario abbandonato, e mettono sull'altare la stola ancora
conservata, e recitano tutte le preghiere della liturgia eucaristica; ed ecco,
al momento che corrisponde alla transustanziazione, scende tra loro un profondo
silenzio, alle volte forse interrotto da un pianto..., tanto ardentemente essi
desiderano di udire le parole, che solo le labbra di un Sacerdote possono
efficacemente pronunciare! Tanto vivamente desiderano la Comunione eucaristica,
della quale solo in virtù del ministero sacerdotale possono diventare
partecipi, come pure tanto ansiosamente attendono di sentire le parole divine
del perdono: «Ego te absolvo a peccatis tuis»! Tanto profondamente
risentono l'assenza di un Sacerdote in mezzo a loro!... Questi luoghi non
mancano nel mondo. Se, dunque, qualcuno di voi dubita circa il senso del suo
sacerdozio, se pensa che esso sia «socialmente» infruttuoso oppure
inutile, rifletta su questo!
Occorre convertirci ogni giorno, riscoprire ogni giorno di nuovo il dono
ottenuto da Cristo stesso nel sacramento dell'Ordine, penetrando nell'importanza
della missione salvifica della Chiesa e riflettendo sul grande significato della
nostra vocazione alla luce di questa missione.
La Madre dei Sacerdoti
11. Cari fratelli, al principio del mio ministero tutti vi affido alla Madre
di Cristo, che in modo particolare è la nostra Madre: la Madre dei
Sacerdoti. Difatti, il discepolo prediletto, che, essendo uno dei Dodici, aveva
udito nel Cenacolo le parole: «Fate questo in memoria di me» (Lc
22,19), fu da Cristo, dall'alto della Croce, additato a sua Madre con le parole:
«Ecco il tuo figlio» (Gv 19,26). L'uomo che il Giovedì santo
aveva ricevuto la potestà di celebrare l'Eucaristia, con queste parole
del Redentore agonizzante fu donato a sua Madre come «figlio». Noi
tutti, quindi, che riceviamo la stessa potestà mediante l'Ordinazione
sacerdotale, abbiamo in un certo senso per primi il diritto di vedere in lei la
nostra Madre. Desidero, pertanto, che voi tutti, insieme con me, ritroviate in
Maria la madre del sacerdozio, che abbiamo ricevuto da Cristo. Desidero,
inoltre, che a lei affidiate in modo particolare il vostro sacerdozio.
Permettete che lo faccia io stesso, affidando alla Madre di Cristo ognuno di voi
- senza alcuna eccezione - in modo solenne e, nello stesso tempo, semplice e
dimesso. Vi prego pure, cari fratelli, che ognuno di voi lo faccia da sé,
personalmente, come glielo detta il proprio cuore, soprattutto il proprio amore
verso Cristo-Sacerdote, ed anche la propria debolezza, la quale va di pari passo
col desiderio del servizio e della santità. Ve ne prego.
La Chiesa d'oggi parla di se stessa soprattutto nella costituzione dogmatica
«Lumen Gentium» (cfr. cap. VIII). Anche qui, nell'ultimo capitolo,
essa confessa di guardare a Maria come alla Madre di Cristo, perché
chiama se stessa madre e desidera di essere madre, generando per Iddio gli
uomini a una nuova vita. Oh, cari fratelli, quanto vicini voi siete a questa
causa di Dio! Quanto essa è impressa nella vostra vocazione, ministero e
missione. Di conseguenza, in mezzo al Popolo di Dio, che guarda a Maria con
immenso amore e speranza, voi dovete guardare a lei con speranza e amore
eccezionali. Difatti, voi dovete annunciare Cristo che è suo figlio: e
chi vi trasmetterà meglio la verità su di lui, se non sua Madre?
Voi dovete nutrire i cuori umani con Cristo: e chi può rendervi più
coscienti di ciò che fate, se non Colei che lo ha nutrito? «Salve, o
vero Corpo, nato dalla Vergine Maria». C'è nel nostro sacerdozio
ministeriale la dimensione stupenda e penetrante della vicinanza alla Madre di
Cristo. Cerchiamo, dunque, di vivere in questa dimensione. Se è lecito
far qui riferimento anche alla propria esperienza, vi dirò che, scrivendo
a voi, mi rifaccio soprattutto alla mia esperienza personale.
Nel comunicare tutto questo a voi, agli inizi del mio servizio alla Chiesa
universale, non cesso di pregare Dio perché ricolmi voi, Sacerdoti di Gesù
Cristo, di ogni sua benedizione e grazia e, come pegno e conferma di tale orante
comunione, vi benedico di cuore nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito
Santo.
Ricevete questa benedizione. Ricevete le parole del nuovo successore di
Pietro, di quel Pietro, al quale il Signore ordinò: «E tu, una volta
ravveduto, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,32). Non cessate di pregare per
me insieme con tutta la Chiesa, affinché io risponda a quella esigenza di
un primato d'amore, che il Signore ha messo come fondamento alla missione di
Pietro, quando gli disse: «Pasci le mie pecorelle» (Gv 21,16). Così
sia.
Dal Vaticano, l'8 aprile, domenica delle Palme "de Passione Domini",
dell'anno 1979, primo di Pontificato.
GIOVANNI PAOLO II
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