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ESORTAZIONE APOSTOLICA POST-SINODALE RECONCILIATIO
ET PAENITENTIA DI GIOVANNI PAOLO II ALL'EPISCOPATO AL
CLERO E AI FEDELI CIRCA LA RICONCILIAZIONE E LA PENITENZA NELLA MISSIONE
DELLA CHIESA OGGI
PROEMIO
ORIGINE E SIGNIFICATO DEL DOCUMENTO
1. Parlare di riconciliazione e penitenza è, per gli uomini e le
donne del nostro tempo, un invito a ritrovare, tradotte nel loro linguaggio, le
parole stesse con cui il nostro salvatore e maestro Gesù Cristo volle
inaugurare la sua predicazione: «Convertitevi e credete al Vangelo»
(Mc 1,15), accogliete, cioè, la lieta novella dell'amore, dell'adozione a
figli di Dio e, quindi, della fratellanza.
Perché la Chiesa ripropone questo tema e questo invito? L'ansia di
conoscere meglio e di comprendere l'uomo d'oggi e il mondo contemporaneo, di
decifrarne l'enigma e di svelarne il mistero, di discernere i fermenti di bene o
di male che vi si agitano, da non poco tempo ormai porta molti a rivolgere a
questo uomo e a questo mondo uno sguardo interrogativo. E' lo sguardo dello
storico e del sociologo, del filosofo e del teologo, dello psicologo e
dell'umanista, del poeta e del mistico: è, soprattutto, lo sguardo
preoccupato, eppur carico di speranza, del pastore.
Un tale sguardo si rivela in maniera esemplare in ciascuna pagina
dell'importante costituzione pastorale del Concilio Vaticano II «Gaudium et
Spes» sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, particolarmente nella sua ampia
e penetrante introduzione. Esso si rivela, altresì, in taluni documenti
emanati dalla sapienza e dalla carità pastorale dei miei venerati
predecessori, i cui luminosi pontificati furono segnati dall'evento storico e
profetico di quel Concilio ecumenico.
Come gli altri sguardi, anche quello del pastore scorge, purtroppo, fra
diverse caratteristiche del mondo e dell'umanità del nostro tempo,
l'esistenza di numerose, profonde e dolorose divisioni.
Un mondo frantumato
2. Queste divisioni si manifestano nei rapporti fra le persone e fra i
gruppi, ma anche a livello delle più vaste collettività: nazioni
contro nazioni, e blocchi di paesi contrapposti, in un'affannosa ricerca di
egemonia. Alla radice delle rotture non è difficile individuare conflitti
che, anziché risolversi mediante il dialogo, si acuiscono nel confronto e
nel contrasto.
Indagando sugli elementi generatori di divisione, attenti osservatori ne
riscontrano i più svariati: dalla crescente sperequazione tra gruppi,
classi sociali e paesi agli antagonismi ideologici tutt'altro che spenti; dalla
contrapposizione degli interessi economici alle polarizzazioni politiche; dalle
divergenze tribali alle discriminazioni per motivi socio-religiosi. Del resto,
alcune realtà che sono sotto gli occhi di tutti costituiscono come il
volto pietoso della divisione, di cui sono frutto, e ne fanno rilevare la gravità
con inconfutabile concretezza. Si possono ricordare, fra tanti altri dolorosi
fenomeni sociali del nostro tempo: 1) il calpestamento dei diritti fondamentali
della persona umana, primo fra essi il diritto alla vita e a una degna qualità
di vita; 2) il che è tanto più scandaloso, in quanto coesiste con
una retorica non mai prima conosciuta circa gli stessi diritti; 3) le insidie e
pressioni contro la libertà dei singoli e delle collettività, non
esclusa, anzi più offesa e minacciata, la libertà di avere, di
professare e di praticare la propria fede; 4) le varie forme di discriminazione:
razziale, culturale, religiosa ecc.; 5) la violenza e il terrorismo; 6) l'uso
della tortura e le forme ingiuste e illegittime di repressione; 7) l'accumulo
delle armi convenzionali o atomiche, la corsa agli armamenti, con spese belliche
che potrebbero servire a sollevare l'immeritata miseria di popoli socialmente ed
economicamente depressi; 8) l'iniqua distribuzione delle risorse del mondo e dei
beni della civiltà, che tocca il suo vertice in un tipo di organizzazione
sociale, per cui la distanza fra le condizioni umane dei ricchi e dei poveri si
accresce sempre di più. La potenza travolgente di questa divisione fa del
mondo, in cui viviamo, un mondo frantumato fin nelle sue fondamenta.
D'altra parte, poiché la Chiesa, senza identificarsi col mondo né
essere del mondo, è inserita nel mondo ed è in dialogo col mondo,
non è da meravigliarsi se si avvertono nella sua stessa compagine
ripercussioni e segni della divisione che ferisce l'umana società. Oltre
alle scissioni tra le comunioni cristiane che la affliggono da secoli, la Chiesa
sperimenta oggi qua e là nel suo seno divisioni fra le sue stesse
componenti, causate dalla diversità di vedute e di scelte nel campo
dottrinale e pastorale. Anche queste divisioni possono a volte sembrare
inguaribili.
Per quanto tali lacerazioni già ad un primo sguardo appaiano
impressionanti, soltanto osservando in profondità si riesce a individuare
la loro radice: questa si trova in una ferita nell'intimo dell'uomo. Alla luce
della fede noi la chiamiamo il peccato: cominciando dal peccato originale, che
ciascuno porta dalla nascita come un'eredità ricevuta dai progenitori,
fino al peccato che ciascuno commette, abusando della propria libertà.
Nostalgia di riconciliazione
3. Eppure, lo stesso sguardo indagatore, se è sufficientemente acuto,
coglie nel vivo della divisione un inconfondibile desiderio da parte degli
uomini di buona volontà e dei veri cristiani di ricomporre le fratture,
di rimarginare le lacerazioni, di instaurare, a tutti i livelli, un'essenziale
unità. Tale desiderio comporta in molti una vera nostalgia di
riconciliazione, pur se questa parola non è usata.
Per taluni si tratta quasi di un'utopia, che potrebbe diventare la leva
ideale per un vero mutamento della società; per altri, invece, è
oggetto di un'ardua conquista e, quindi, un traguardo da raggiungere con un
serio impegno di riflessione e di azione. In ogni caso, l'aspirazione a una
riconciliazione sincera e consistente è, senza ombra di dubbio, un motivo
fondamentale della nostra società, quasi riflesso di un'incoercibile
volontà di pace; lo è - anche se ciò è paradossale -
tanto vigorosamente, quanto pericolosi sono gli stessi fattori di divisione.
Tuttavia, la riconciliazione non può essere meno profonda di quanto
non sia la divisione. La nostalgia della riconciliazione e la riconciliazione
stessa saranno piene ed efficaci nella misura in cui giungeranno - per guarirla
- a quella lacerazione primigenia, che è radice di tutte le altre ed è
il peccato.
Lo sguardo del Sinodo
4. Pertanto, ogni istituzione o organizzazione, volta a servire l'uomo e
interessata a salvarlo nelle sue dimensioni fondamentali, deve rivolgere uno
sguardo penetrante alla riconciliazione, per approfondirne il significato e la
piena portata e trarne le necessarie conseguenze operative.
A questo sguardo non poteva rinunciare la Chiesa di Gesù Cristo. Con
dedizione di madre e intelligenza di maestra, essa si applica, premurosa e
attenta, a raccogliere dalla società, con i segni della divisione, anche
quelli non meno eloquenti e significativi della ricerca di una riconciliazione.
Essa, infatti, sa che specialmente a lei è stata data la possibilità
e assegnata la missione di far conoscere il senso vero, profondamente religioso,
e le dimensioni integrali della riconciliazione, contribuendo, già solo
per questo, a chiarire i termini essenziali della questione dell'unità e
della pace.
I miei predecessori non hanno cessato di predicare la riconciliazione, di
invitare ad essa l'intera umanità, nonché ogni ceto e ogni
porzione della comunità umana che vedevano lacerata e divisa. E io
stesso, per un impulso interiore che obbediva a un tempo - ne son certo -
all'ispirazione dall'alto e agli appelli dell'umanità, in due modi
diversi, ambedue solenni e impegnativi, ho voluto mettere a fuoco il tema della
riconciliazione: in primo luogo, convocando la VI Assemblea generale del Sinodo
dei vescovi; in secondo luogo, facendo della riconciliazione il centro dell'anno
giubilare, indetto per celebrare il 1950° anniversario della redenzione.
Dovendo assegnare un tema al Sinodo, mi sono trovato pienamente consenziente con
quello suggerito da numerosi miei fratelli nell'episcopato, cioè quello,
tanto fecondo, della riconciliazione in stretto collegamento con quello della
penitenza.
Il termine e il concetto stesso di penitenza sono assai complessi. Se la
colleghiamo alla metanoia, a cui si riferiscono i sinottici, allora la penitenza
significa l'intimo cambiamento del cuore sotto l'influsso della parola di Dio e
nella prospettiva del Regno. Ma penitenza vuol dire anche cambiare la vita in
coerenza col cambiamento del cuore, e in questo senso il fare penitenza si
completa col fare degni frutti di penitenza: è tutta l'esistenza che
diventa penitenziale, tesa cioè a un continuo cammino verso il meglio.
Fare penitenza, però, è qualcosa di autentico ed efficace soltanto
se si traduce in atti e gesti di penitenza. In questo senso, penitenza
significa, nel vocabolario cristiano teologico e spirituale, l'ascesi, vale a
dire lo sforzo concreto e quotidiano dell'uomo, sorretto dalla grazia di Dio,
per perdere la propria vita per Cristo, quale unico modo di guadagnarla; per
spogliarsi del vecchio uomo e rivestirsi del nuovo; per superare in se stesso ciò
che è carnale, affinché prevalga ciò che è
spirituale; per innalzarsi continuamente dalle cose di quaggiù a quelle
di lassù, dove è Cristo. La penitenza, pertanto, è la
conversione che passa dal cuore alle opere e, quindi, all'intera vita del
cristiano.
In ciascuno di questi significati la penitenza è strettamente
congiunta alla riconciliazione, poiché il riconciliarsi con Dio, con se
stessi e con gli altri suppone che si sconfigga la rottura radicale, che è
il peccato; il che si realizza soltanto attraverso la trasformazione interiore o
conversione, che fruttifica nella vita mediante gli atti di penitenza.
Il documento-base del Sinodo (chiamato anche «Lineamenta»),
preparato all'unico scopo di presentare il tema accentuandone alcuni aspetti
fondamentali, ha consentito alle comunità ecclesiali, ovunque esistenti
nel mondo, di riflettere per quasi due anni su questi aspetti di una questione -
quella della conversione e della riconciliazione - che interessa tutti, e di
trarne, altresì, un rinnovato slancio per la vita e l'apostolato
cristiano. La riflessione si è ulteriormente approfondita, in
preparazione più immediata ai lavori sinodali, grazie all'«Instrumentum
laboris», inviato tempestivamente ai vescovi e ai loro collaboratori.
Infine, per un mese intero, i padri sinodali, assistiti da quanti furono
chiamati all'assise propriamente detta, hanno trattato con grande senso di
responsabilità il tema stesso e le questioni, numerose e svariate, ad
esso connesse. Dal dibattito, dallo studio comune, dall'assidua e accurata
ricerca è scaturito un ampio e prezioso tesoro, che le «Propositiones»
finali riassumono nella sua sostanza.
Lo sguardo del Sinodo non ignora gli atti di riconciliazione (alcuni dei
quali passano quasi inosservati nella loro quotidianità), che pur in
varia misura servono a risolvere le tante tensioni, a superare i tanti conflitti
e a vincere le piccole e grandi divisioni, rifacendo l'unità. Ma la
preoccupazione principale del Sinodo era quella di trovare, nel profondo di
questi atti sparsi, la radice nascosta, una riconciliazione, per così
dire, «fontale», operante nel cuore e nella coscienza dell'uomo.
Il carisma e, nel contempo, l'originalità della Chiesa, per quanto
riguarda la riconciliazione, a qualunque livello sia da effettuare, risiedono
nel fatto che essa risale sempre a quella riconciliazione fontale. In forza,
infatti, della sua missione essenziale, la Chiesa sente il dovere di giungere
fino alle radici della lacerazione primigenia del peccato, per operarvi il
risanamento e ristabilirvi, per così dire, una riconciliazione anch'essa
primigenia, che sia principio efficace di ogni vera riconciliazione. Questo la
Chiesa ha avuto in vista e ha proposto mediante il Sinodo.
Di questa riconciliazione parla la Sacra Scrittura, invitandoci a fare per
essa tutti gli sforzi (2Cor 5,20); ma dice, altresì, che essa è,
anzitutto, un dono misericordioso di Dio all'uomo (Rm 5,11). La storia della
salvezza - quella dell'intera umanità, come quella di ciascun uomo, in
qualsiasi tempo - è la storia mirabile di una riconciliazione: quella per
cui Dio, che è Padre, nel sangue e nella croce del suo Figlio fatto uomo
ha riconciliato con sé il mondo, facendo nascere così una nuova
famiglia di riconciliati.
La riconciliazione si fa necessaria, perché c'è stata la
rottura del peccato, dalla quale sono derivate tutte le altre forme di rottura
nell'intimo dell'uomo e intorno a lui. La riconciliazione, dunque, per essere
piena, esige necessariamente la liberazione dal peccato, rifiutato nelle sue più
profonde radici. Perciò, uno stretto legame interno unisce conversione e
riconciliazione: è impossibile disgiungere le due realtà, o
parlare dell'una tacendo dell'altra.
Al tempo stesso, il Sinodo ha parlato della riconciliazione di tutta la
famiglia umana e della conversione del cuore di ogni persona, del suo ritorno a
Dio, volendo riconoscere e proclamare che l'unione degli uomini non può
darsi senza un cambiamento interno di ciascuno. La conversione personale è
la via necessaria alla concordia fra le persone («Gaudium et Spes»,10).
Quando la Chiesa proclama la lieta novella della riconciliazione, o propone di
realizzarla attraverso i sacramenti, esercita un vero ruolo profetico,
denunciando i mali dell'uomo nella loro sorgente contaminata, indicando la
radice delle divisioni e infondendo la speranza di poter superare le tensioni e
i conflitti per giungere alla fratellanza, alla concordia e alla pace a tutti i
livelli e in tutti i ceti dell'umana società. Essa cambia una condizione
storica di odio e di violenza in una civiltà di amore. Essa offre a tutti
il principio evangelico e sacramentale di quella riconciliazione «fontale»,
dalla quale scaturisce ogni altro gesto o atto di riconciliazione, anche a
livello sociale.
Di tale riconciliazione, frutto della conversione, tratta la presente
esortazione. Infatti, come era accaduto al termine delle tre precedenti
assemblee del Sinodo, gli stessi padri hanno voluto anche questa volta
consegnare al vescovo di Roma, pastore universale della Chiesa e capo del
collegio episcopale, nella sua qualità di presidente del Sinodo, le
conclusioni del loro lavoro. Ho accettato, come un grave e grato dovere del mio
ministero, il compito di attingere all'ingente dovizia del Sinodo per offrire al
popolo di Dio, quale frutto del Sinodo stesso, un messaggio dottrinale e
pastorale sul tema della penitenza e riconciliazione. Tratterò, pertanto,
nella prima parte, della Chiesa nel compimento della sua missione
riconciliatrice, nell'opera di conversione dei cuori per il rinnovato abbraccio
fra l'uomo e Dio, fra l'uomo e il suo fratello, fra l'uomo e tutto il creato.
Nella seconda parte sarà indicata la causa radicale di ogni lacerazione o
divisione fra gli uomini e, prima di tutto, nei confronti di Dio: il peccato.
Infine, segnalerò quei mezzi che consentono alla Chiesa di promuovere e
di suscitare la piena riconciliazione degli uomini con Dio e, di conseguenza,
degli uomini fra di loro.
Il documento, che ora consegno ai figli della Chiesa, ma anche a tutti
coloro che, credenti o no, ad essa guardano con interesse e animo sincero, vuol
essere una doverosa risposta a quanto il Sinodo mi ha chiesto. Ma è anche
- tengo a dichiararlo per soddisfare un debito di verità e di giustizia -
opera del medesimo Sinodo. Il contenuto di queste pagine, infatti, proviene da
esso: dalla sua lontana o prossima preparazione, dall'«Instrumentum laboris»,
dagli interventi nell'aula sinodale e nei «circuli minores» e,
soprattutto, dalle sessantatre «Propositiones». Si trova qui il
frutto del lavoro congiunto dei padri, tra i quali non mancavano i
rappresentanti delle Chiese orientali, il cui patrimonio teologico, spirituale e
liturgico è così ricco e venerando anche in ordine alla materia
che qui ci interessa. Inoltre, il consiglio della segreteria del Sinodo ha
valutato in due importanti sedute i risultati e gli orientamenti dell'assise
sinodale appena conclusa, ha messo in evidenza la dinamica delle suddette «Propositiones»
e ha tracciato, poi, le linee ritenute più idonee per la stesura del
presente documento. Sono grato a tutti coloro che hanno compiuto questo lavoro,
mentre, fedele alla mia missione, voglio qui trasmettere ciò che, nel
tesoro dottrinale e pastorale del Sinodo, mi appare provvidenziale per la vita
di tanti uomini in quest'ora magnifica e difficile della storia.
Giova farlo - e risulta quanto mai significativo - mentre è ancor
vivo il ricordo dell'anno santo, interamente vissuto nel segno della penitenza,
conversione e riconciliazione. Che questa mia esortazione, affidata ai fratelli
nell'episcopato e ai loro collaboratori presbiteri e diaconi, ai religiosi e
religiose, a tutti i fedeli, agli uomini e alle donne di retta coscienza, possa
essere non soltanto uno strumento di purificazione, di arricchimento e
approfondimento della propria fede personale, ma anche un lievito capace di far
crescere nel cuore del mondo la pace e la fratellanza, la speranza e la gioia,
valori che scaturiscono dal Vangelo accolto, meditato e vissuto giorno per
giorno sull'esempio di Maria, madre del Signore nostro Gesù Cristo, per
mezzo del quale piacque a Dio riconciliare a sé tutte le cose.
PRIMA PARTE CONVERSIONE E RICONCILIAZIONE COMPITO E IMPEGNO DELLA
CHIESA
I.
UNA PARABOLA DELLA RICONCILIAZIONE
5. All'inizio di questa esortazione apostolica si presenta al mio spirito la
straordinaria pagina di san Luca, che ho già cercato di illustrare in un
precedente mio documento. Mi riferisco alla parabola del figlio prodigo.
Dal fratello che era perduto...
«Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: "Padre,
dammi la parte del patrimonio che mi spetta"», racconta Gesù
nel mettere a fuoco la drammatica vicenda di quel giovane: l'avventurosa
partenza dalla casa paterna, lo sperpero di tutti i suoi beni in una vita
dissoluta e vuota, i giorni tenebrosi della lontananza e della fame, ma, più
ancora, della dignità perduta, dell'umiliazione e della vergogna, e
infine, la nostalgia della propria casa, il coraggio di ritornarvi,
l'accoglienza del padre. Questi non aveva certo dimenticato il figlio, anzi gli
aveva conservato intatti l'affetto e la stima. Così l'aveva sempre atteso
e ora lo abbraccia, mentre dà il via alla grande festa del ritorno di «colui
che era morto ed è risuscitato, era perduto ed è stato ritrovato».
L'uomo - ogni uomo - è questo figlio prodigo: ammaliato dalla
tentazione di separarsi dal Padre per vivere indipendentemente la propria
esistenza; caduto nella tentazione; deluso dal nulla che, come miraggio, lo
aveva affascinato; solo, disonorato, sfruttato allorché cerca di
costruirsi un mondo tutto per sé; travagliato, anche nel fondo della
propria miseria, dal desiderio di tornare alla comunione col Padre. Come il
padre della parabola, Dio spia il ritorno del figlio, lo abbraccia al suo arrivo
e imbandisce la tavola per il banchetto del nuovo incontro, col quale si
festeggia la riconciliazione.
Ciò che più spicca nella parabola è l'accoglienza
festosa e amorosa del padre al figlio che ritorna: segno della misericordia di
Dio, sempre pronto al perdono. Diciamolo subito: la riconciliazione è
principalmente un dono del Padre celeste.
...al fratello rimasto a casa
6. Ma la parabola mette in scena anche il fratello maggiore, che rifiuta il
suo posto nel banchetto. Egli rinfaccia al fratello più giovane i suoi
sbandamenti e al padre l'accoglienza che gli ha riservato, mentre a lui,
temperante e laborioso, fedele al padre e alla casa, non è stato mai
concesso - dice - di far festa con gli amici. Segno che egli non capisce la bontà
del padre. Fintantoché questo fratello, troppo sicuro di se stesso e dei
propri meriti, geloso e sprezzante, colmo di amarezza e di rabbia, non si
converte e non si riconcilia col padre e col fratello, il banchetto non è
ancora pienamente la festa dell'incontro e del ritrovamento.
L'uomo - ogni uomo - è anche questo fratello maggiore. L'egoismo lo
rende geloso, gli indurisce il cuore, lo acceca e lo chiude agli altri e a Dio.
La benignità e misericordia del padre lo irritano e indispettiscono; la
felicità del fratello ritrovato ha per lui un sapore amaro. Anche sotto
questo aspetto egli ha bisogno di convertirsi per riconciliarsi.
La parabola del figlio prodigo è, anzitutto, l'ineffabile storia del
grande amore di un Padre - Dio - che offre al figlio, tornato a lui, il dono
della piena riconciliazione. Ma essa, nell'evocare, con la figura del fratello
maggiore, l'egoismo che divide fra di loro i fratelli, diventa anche la storia
della famiglia umana: segna la nostra situazione e indica la via da percorrere.
Il figlio prodigo, nella sua ansia di conversione, di ritorno fra le braccia del
padre e di perdono, raffigura coloro che avvertono nel fondo della propria
coscienza la nostalgia di una riconciliazione a tutti i livelli e senza riserva,
e intuiscono con intima certezza che questa è possibile soltanto se
deriva da una prima e fondamentale riconciliazione: quella che porta l'uomo
dalla lontananza all'amicizia filiale con Dio, del quale riconosce l'infinita
misericordia. Letta però nella prospettiva dell'altro figlio, la parabola
dipinge la situazione della famiglia umana divisa dagli egoismi, mette in luce
la difficoltà di assecondare il desiderio e la nostalgia di una medesima
famiglia riconciliata e unita; richiama, pertanto, la necessità di una
profonda trasformazione dei cuori nella riscoperta della misericordia del Padre
e nella vittoria sull'incomprensione e l'ostilità tra fratelli.
Alla luce di questa inesauribile parabola della misericordia che cancella il
peccato, la Chiesa, accogliendo l'appello in essa contenuto, comprende la sua
missione di operare, sulle orme del Signore, per la conversione dei cuori e per
la riconciliazione degli uomini con Dio e fra di loro, due realtà,
queste, intimamente connesse.
II.
ALLE FONTI DELLA RICONCILIAZIONE
Nella luce di Cristo riconciliatore
7. Come si deduce dalla parabola del figlio prodigo, la riconciliazione è
un dono di Dio e una sua iniziativa. Ma la nostra fede ci insegna che questa
iniziativa si concretizza nel mistero di Cristo redentore, riconciliatore,
liberatore dell'uomo dal peccato sotto tutte le sue forme. Lo stesso san Paolo
non esita a riassumere in tale compito e funzione l'incomparabile missione di
Gesù di Nazaret, Verbo e Figlio di Dio fatto uomo.
Anche noi possiamo partire da questo mistero centrale dell'economia della
salvezza, punto-chiave della cristologia dell'Apostolo. «Se mentre eravamo
nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, -
egli scrive ai Romani - molto più, ora che siamo riconciliati, saremo
salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio per mezzo del
Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la
riconciliazione» (Rm 5,10s). Poiché dunque «Dio ci ha
riconciliati con sé per mezzo di Cristo», Paolo si sente ispirato ad
esortare i cristiani di Corinto: «Lasciatevi riconciliare con Dio»
(2Cor 5,18.20).
Di tale missione riconciliatrice mediante la morte sulla croce, parlava in
altri termini l'evangelista Giovanni nell'osservare che Cristo doveva morire «per
riunire insieme i figli di Dio, che erano dispersi» (Gv 11,52).
Ma ancora san Paolo ci consente di allargare la nostra visione dell'opera di
Cristo a dimensioni cosmiche, quando scrive che in lui il Padre ha riconciliato
con sé tutte le creature, quelle del cielo e quelle della terra.
Giustamente si può dire di Cristo redentore che «nel tempo dell'ira è
stato fatto riconciliazione», e che, se egli è «la nostra pace»
(Ef 2,14), è anche la nostra riconciliazione.
Ben a ragione la sua passione e morte, sacramentalmente rinnovate
nell'eucaristia, vengono chiamate dalla liturgia «sacrificio di
riconciliazione» («Prex Eucharistica III»): riconciliazione con
Dio e con i fratelli, se Gesù stesso insegna che la riconciliazione
fraterna deve operarsi prima del sacrificio. E' legittimo, dunque, partendo da
questi e da altri significativi passi neo-testamentari, far convergere le
riflessioni sull'intero mistero di Cristo intorno alla sua missione di
riconciliatore. E' pertanto da proclamare ancora una volta la fede della Chiesa
nell'atto redentivo di Cristo, nel mistero pasquale della sua morte e
risurrezione, come causa della riconciliazione dell'uomo, nel suo duplice
aspetto di liberazione dal peccato e di comunione di grazia con Dio.
E proprio dinanzi al quadro doloroso delle divisioni e delle difficoltà
della riconciliazione fra gli uomini, invito a guardare al «mysterium
crucis» come al più alto dramma, nel quale Cristo percepisce e
soffre fino in fondo il dramma stesso della divisione dell'uomo da Dio, sì
da gridare con le parole del salmista: «Dio mio, Dio mio, perché mi
hai abbandonato?» (Mt 27,46; Mc 15,34; Sal 22,2), e attua, nello stesso
tempo, la nostra riconciliazione. Lo sguardo fisso al mistero del Golgota deve
farci ricordare sempre quella dimensione «verticale» della divisione e
della riconciliazione riguardante il rapporto uomo-Dio, che in una visione di
fede prevale sempre sulla dimensione «orizzontale», cioè sulla
realtà della divisione e sulla necessità della riconciliazione tra
gli uomini. Noi sappiamo, infatti, che una tale riconciliazione tra loro non è
e non può essere che il frutto dell'atto redentivo di Cristo, morto e
risorto per sconfiggere il regno del peccato, ristabilire l'alleanza con Dio e
abbattere così il muro di separazione, che il peccato aveva innalzato tra
gli uomini.
La Chiesa riconciliatrice
8. Ma - come diceva san Leone Magno parlando della passione di Cristo - «tutto
quello che il Figlio di Dio ha fatto e ha insegnato per la riconciliazione del
mondo, non lo conosciamo soltanto dalla storia delle sue azioni passate, ma lo
sentiamo anche nell'efficacia di ciò che egli compie al presente».
Sentiamo la riconciliazione, operata nella sua umanità, nell'efficacia
dei sacri misteri celebrati dalla sua Chiesa, per la quale egli ha dato se
stesso e che ha costituito segno e insieme strumento di salvezza.
Ciò afferma san Paolo, quando scrive che Dio ha dato agli apostoli di
Cristo una partecipazione alla sua opera riconciliatrice. «Dio - egli dice
- ci ha affidato il ministero della riconciliazione... e la parola della
riconciliazione» (2Cor 5,18s).
Nelle mani e sulla bocca degli apostoli, suoi messaggeri, il Padre ha posto
misericordiosamente un ministero di riconciliazione, che essi adempiono in
maniera singolare, in virtù del potere di agire «in persona Christi».
Ma anche a tutta la comunità dei credenti, all'intera compagine della
Chiesa è affidata la parola di riconciliazione, il compito cioè di
fare quanto è possibile per testimoniare la riconciliazione e per
attuarla nel mondo.
Si può dire che anche il Concilio Vaticano II, nel definire la Chiesa
come «sacramento, o segno e strumento dell'intima unione con Dio e
dell'unità di tutto il genere umano» e nel segnalare come sua
funzione quella di ottenere la «piena unità in Cristo» per gli «uomini
oggi più strettamente congiunti da vari vincoli» («Lumen
Gentium», 1), riconosceva che essa deve tendere soprattutto a riportare gli
uomini alla piena riconciliazione. In intima connessione con la missione di
Cristo, si può dunque riassumere la missione, pur ricca e complessa,
della Chiesa nel compito per lei centrale della riconciliazione dell'uomo: con
Dio, con se stesso, con i fratelli, con tutto il creato; e questo in modo
permanente, perché - come ho detto altra volta - «la Chiesa è
per sua natura sempre riconciliante».
Riconciliatrice è la Chiesa in quanto proclama il messaggio della
riconciliazione, come ha sempre fatto nella sua storia dal Concilio apostolico
di Gerusalemme fino all'ultimo Sinodo e al recente giubileo della redenzione.
L'originalità di questa proclamazione sta nel fatto che per la Chiesa la
riconciliazione è strettamente collegata alla conversione del cuore:
questa è la via necessaria verso l'intesa fra gli esseri umani.
Riconciliatrice è la Chiesa anche in quanto mostra all'uomo le vie e
gli offre i mezzi per la suddetta quadruplice riconciliazione. Le vie sono,
appunto, quelle della conversione del cuore e della vittoria sul peccato, sia
questo l'egoismo, l'ingiustizia, la prepotenza o lo sfruttamento altrui,
l'attaccamento ai beni materiali o la ricerca sfrenata del piacere. I mezzi sono
quelli del fedele e amoroso ascolto della parola di Dio, della preghiera
personale e comunitaria e, soprattutto, dei sacramenti, veri segni e strumenti
di riconciliazione, tra i quali eccelle, proprio sotto questo aspetto, quello
che con ragione usiamo chiamare il sacramento della riconciliazione, o della
penitenza, sul quale ritornerò in seguito.
La Chiesa riconciliata
9. Il mio venerato predecessore Paolo VI ha avuto il merito di mettere in
chiaro che, per essere evangelizzatrice, la Chiesa deve cominciare col mostrarsi
essa stessa evangelizzata, aperta cioè al pieno e integrale annuncio
della buona novella di Gesù Cristo per ascoltarla e metterla in pratica.
Anch'io, raccogliendo in un documento organico le riflessioni della IV assemblea
generale del Sinodo, ho parlato di una Chiesa che si catechizza nella misura in
cui è operatrice di catechesi.
Non esito ora a riprendere qui il confronto, per quanto si applica al tema
che sto trattando, per affermare che la Chiesa, per essere riconciliatrice, deve
cominciare con l'essere una Chiesa riconciliata. Sotto questa semplice e lineare
espressione soggiace la convinzione che la Chiesa, per annunciare e proporre
sempre più efficacemente al mondo la riconciliazione, deve diventare
sempre più una comunità (fosse anche il «piccolo gregge»
dei primi tempi) di discepoli di Cristo, uniti nell'impegno di convertirsi
continuamente al Signore e di vivere come uomini nuovi nello spirito e nella
pratica della riconciliazione.
Dinanzi ai nostri contemporanei, così sensibili alla prova delle
concrete testimonianze di vita, la Chiesa è chiamata a dare l'esempio
della riconciliazione anzitutto al suo interno; e per questo tutti dobbiamo
operare per pacificare gli animi, moderare le tensioni, superare le divisioni,
sanare le ferite eventualmente inferte tra fratelli, quando si acuisce il
contrasto delle opzioni nel campo dell'opinabile, e cercare invece di essere
uniti in ciò che è essenziale per la fede e la vita cristiana,
secondo l'antica massima: «In dubiis libertas, in necessariis unitas, in
omnibus caritas».
Secondo questo stesso criterio, la Chiesa deve attuare anche la sua
dimensione ecumenica. Infatti, per essere interamente riconciliata, essa sa di
dover proseguire nella ricerca dell'unità fra coloro che si onorano di
chiamarsi cristiani, ma sono separati tra loro, anche come Chiese o Comunioni, e
dalla Chiesa di Roma. Questa cerca un'unità che, per esser frutto ed
espressione di vera riconciliazione, non intende fondarsi né sulla
dissimulazione dei punti che dividono, né su compromessi tanto facili
quanto superficiali e fragili. L'unità deve essere il risultato di una
vera conversione di tutti, del perdono reciproco, del dialogo teologico e delle
relazioni fraterne, della preghiera, della piena docilità all'azione
dello Spirito Santo, che è anche Spirito di riconciliazione.
Infine la Chiesa, per dirsi pienamente riconciliata, sente di doversi
impegnare sempre di più nel portare il Vangelo a tutte le genti,
promovendo il «dialogo della salvezza», a quei vasti ambienti
dell'umanità nel mondo contemporaneo che non condividono la sua fede e
che addirittura, a causa di un crescente secolarismo, prendono le distanze nei
suoi riguardi e le oppongono una fredda indifferenza, quando non la osteggiano e
perseguitano. A tutti la Chiesa sente di dover ripetere con san Paolo: «Lasciatevi
riconciliare con Dio» (2Cor 5,20).
In ogni caso, la Chiesa promuove una riconciliazione nella verità,
sapendo bene che non sono possibili né la riconciliazione né
l'unità fuori o contro la verità.
III.
L'INIZIATIVA DI DIO E IL MINISTERO DELLA CHIESA
10. Comunità riconciliata e riconciliatrice, la Chiesa non può
dimenticare che alle sorgenti del suo dono e della sua missione di
riconciliazione si trova l'iniziativa, piena di amore compassionevole e di
misericordia, di quel Dio che è amore e che per amore ha creato gli
uomini: li ha creati, affinché vivano in amicizia con lui e in comunione
fra di loro.
La riconciliazione viene da Dio
Dio è fedele al suo disegno eterno anche quando l'uomo, spinto dal
maligno e trascinato dal suo orgoglio, abusa della libertà, datagli per
amare e cercare generosamente il bene, rifiutando l'obbedienza al suo Signore e
Padre; anche quando l'uomo, invece di rispondere con amore all'amore di Dio, gli
si oppone come a un suo rivale, illudendosi e presumendo delle sue forze, con la
conseguente rottura dei rapporti con colui che lo ha creato. Nonostante questa
prevaricazione dell'uomo, Dio rimane fedele nell'amore. Certo, il racconto del
giardino dell'Eden ci fa meditare sulle funeste conseguenze del rifiuto del
Padre, che si traduce nel disordine interno all'uomo e nella rottura
dell'armonia tra l'uomo e la donna, tra fratello e fratello. Anche la parabola
evangelica dei due figli che si allontanano, in diverso modo, dal padre,
scavando un abisso fra di loro, è significativa. Il rifiuto dell'amore
paterno di Dio e dei suoi doni di amore è sempre alla radice delle
divisioni dell'umanità.
Ma noi sappiamo che Dio, «ricco di misericordia» (Ef 2,4), come il
padre della parabola, non chiude il cuore a nessuno dei suoi figli. Egli li
attende, li cerca, li raggiunge là dove il rifiuto della comunione li
imprigiona nell'isolamento e nella divisione, li chiama a raccogliersi intorno
alla sua mensa, nella gioia della festa del perdono e della riconciliazione.
Questa iniziativa di Dio si concretizza e manifesta nell'atto redentivo di
Cristo, che si irradia nel mondo mediante il ministero della Chiesa.
Infatti, secondo la nostra fede, il Verbo di Dio si è fatto carne ed è
venuto ad abitare la terra degli uomini, è entrato nella storia del
mondo, assumendola e ricapitolandola in sé. Egli ci ha rivelato che Dio è
amore e ci ha dato il «comandamento nuovo» (Gv 13,34) dell'amore,
comunicandoci al tempo stesso la certezza che la via dell'amore si dischiude a
tutti gli uomini, cosicché non è vano lo sforzo per instaurare la
fratellanza universale. Vincendo, con la sua morte sulla croce, il male e la
potenza del peccato, con la sua obbedienza piena di amore egli ha portato la
salvezza a tutti ed è diventato per tutti «riconciliazione». In
lui Dio ha riconciliato l'uomo con sé.
La Chiesa, continuando l'annuncio di riconciliazione fatto risuonare da
Cristo nei villaggi della Galilea e di tutta la Palestina, non cessa di invitare
l'umanità intera a convertirsi e a credere alla buona novella. Essa parla
in nome di Cristo, facendo suo l'appello dell'apostolo Paolo, che abbiamo già
ricordato: «Noi fungiamo... da ambasciatori per Cristo, come se Dio
esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: Lasciatevi
riconciliare con Dio» (2Cor 5,20).
Chi accetta questo appello entra nell'economia della riconciliazione e fa
l'esperienza della verità contenuta in quell'altro annuncio di san Paolo,
secondo il quale Cristo «è nostra pace, egli che ha fatto dei due un
popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè
l'inimicizia (...), facendo la pace per riconciliare tutti e due con Dio»
(Ef 2,14-16). Se questo testo riguarda direttamente il superamento della
divisione religiosa tra Israele, come popolo eletto dell'Antico Testamento, e
gli altri popoli, chiamati tutti a far parte della nuova alleanza, esso contiene
però l'affermazione della nuova universalità spirituale, voluta da
Dio e operata da lui mediante il sacrificio del suo Figlio, il Verbo fatto uomo,
senza limiti ed esclusioni di sorta, per tutti coloro che si convertono e
credono a Cristo. Tutti, dunque, siamo chiamati a godere i frutti di questa
riconciliazione voluta da Dio: ogni uomo, ogni popolo.
La Chiesa, grande sacramento di riconciliazione
11. La Chiesa ha la missione di annunciare questa riconciliazione e di
esserne il sacramento nel mondo. Sacramento, cioè segno e strumento di
riconciliazione, è la Chiesa a diversi titoli, di diverso valore, ma
tutti convergenti nell'ottenere ciò che la divina iniziativa di
misericordia vuol concedere agli uomini.
Lo è, anzitutto, per la sua stessa esistenza di comunità
riconciliata, che testimonia e rappresenta nel mondo l'opera di Cristo. Lo è,
poi, per il suo servizio di custode e di interprete della Sacra Scrittura, che è
lieta novella di riconciliazione, in quanto fa conoscere di generazione in
generazione il disegno d'amore di Dio e indica a ciascuno le vie dell'universale
riconciliazione in Cristo. Lo è, infine, per i sette sacramenti, che in
un modo proprio a ciascuno «fanno la Chiesa». Infatti, poiché
commemorano e rinnovano il mistero della pasqua di Cristo, tutti i sacramenti
sono sorgente di vita per la Chiesa e, nelle sue mani, sono strumento di
conversione a Dio e di riconciliazione degli uomini.
Altre vie di riconciliazione
12. La missione riconciliatrice è propria di tutta la Chiesa, anche e
soprattutto di quella già ammessa alla piena partecipazione della gloria
divina con Maria vergine, con gli angeli e i santi, i quali contemplano e
adorano il Dio tre volte santo. Chiesa del cielo, Chiesa della terra, Chiesa del
purgatorio sono misteriosamente unite in questa cooperazione con Cristo nel
riconciliare il mondo con Dio.
La prima via di questa azione salvifica è quella della preghiera.
Senza dubbio la Vergine, madre di Cristo e della Chiesa, e i santi, giunti ormai
alla fine del cammino terreno e in possesso della gloria di Dio, con la loro
intercessione sostengono i loro fratelli pellegrini nel mondo, nell'impegno di
conversione, di fede, di ripresa dopo ogni caduta, di azione per far crescere la
comunione e la pace nella Chiesa e nel mondo. Nel mistero della comunione dei
santi la riconciliazione universale si attua nella sua forma più profonda
e più fruttuosa per la comune salvezza.
C'è poi un'altra via: quella della predicazione. Discepola dell'unico
maestro Gesù Cristo, la Chiesa a sua volta, come madre e maestra, non si
stanca di proporre agli uomini la riconciliazione e non esita a denunciare la
malizia del peccato, a proclamare la necessità della conversione, a
invitare e a chiedere agli uomini di «lasciarsi riconciliare». In
realtà, è questa la sua missione profetica nel mondo d'oggi, come
in quello di ieri: è la stessa missione del suo maestro e capo, Gesù.
Come lui, la Chiesa adempirà sempre tale missione con sentimenti di amore
misericordioso e porterà a tutti le parole del perdono e l'invito alla
speranza, che vengono dalla croce.
C'è, ancora, la via spesso così difficile e aspra dell'azione
pastorale per riportare ogni uomo - chiunque sia e dovunque si trovi - sul
cammino, a volte lungo, del ritorno al Padre nella comunione con tutti i
fratelli.
C'è, infine, la via della testimonianza, quasi sempre silenziosa, che
nasce da una duplice consapevolezza della Chiesa: quella di essere in sé «indefettibilmente
santa» («Lumen Gentium», 39), ma anche bisognosa di andare «di
giorno in giorno purificandosi, fino a che Cristo se la faccia comparire dinanzi
gloriosa, senza macchia né ruga», giacché, per i nostri
peccati, talvolta «il suo volto rifulge meno» agli occhi di chi la
guarda. Questa testimonianza non può non assumere due aspetti
fondamentali: essere segno di quella carità universale che Gesù
Cristo ha lasciato in eredità ai suoi seguaci, come prova
dell'appartenenza al suo Regno; tradursi in fatti sempre nuovi di conversione e
di riconciliazione all'interno e all'esterno della Chiesa col superamento delle
tensioni, col perdono reciproco, con la crescita nello spirito di fraternità
e di pace, da propagare nel mondo intero. Lungo questa via la Chiesa potrà
operare validamente per far nascere quella che il mio predecessore Paolo VI
chiamava la «civiltà dell'amore».
SECONDA PARTE L'AMORE PIU' GRANDE DEL PECCATO
Il dramma dell'uomo
13. Come scrive l'apostolo san Giovanni, «se diciamo che siamo senza
peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se
riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà
i peccati» (1Gv 1,8s). Queste parole ispirate, scritte agli albori della
Chiesa, avviano meglio di qualsiasi altra espressione umana quel discorso sul
peccato, che è strettamente connesso con quello sulla riconciliazione.
Esse colgono il problema del peccato nel suo orizzonte antropologico, in quanto
parte integrante della verità sull'uomo, ma lo inseriscono subito
nell'orizzonte divino, nel quale il peccato è confrontato con la verità
dell'amore divino, giusto, generoso e fedele, che si manifesta soprattutto col
perdono e la redenzione. Perciò, lo stesso san Giovanni scrive poco oltre
che «qualunque cosa (il nostro cuore) ci rimproveri, Dio è più
grande del nostro cuore» (1Gv 3,20).
Riconoscere il proprio peccato, anzi - andando ancora più a fondo
nella considerazione della propria personalità - riconoscersi peccatore,
capace di peccato e portato al peccato, è il principio indispensabile del
ritorno a Dio. E' l'esperienza esemplare di Davide, che dopo «aver fatto
male agli occhi del Signore», rimproverato dal profeta Natan, esclama: «Riconosco
la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo
ho peccato; quello che è male ai tuoi occhi io l'ho fatto» (Sal
51,5s). Del resto, Gesù mette sulla bocca e nel cuore del figlio prodigo
quelle significative parole: «Padre, ho peccato contro il cielo e contro di
te» (Lc 15,18.21).
In realtà, riconciliarsi con Dio suppone e include il distaccarsi con
lucidità e determinazione dal peccato, in cui si è caduti. Suppone
e include, dunque, il fare penitenza nel senso più completo del termine:
pentirsi, manifestare il pentimento, assumere l'atteggiamento concreto del
pentito, che è quello di chi si mette sulla via del ritorno al Padre.
Questa è una legge generale, che ciascuno deve seguire nella situazione
particolare in cui si trova. Il discorso sul peccato e sulla conversione,
infatti, non può essere svolto solo in termini astratti.
Nella condizione concreta dell'uomo peccatore, in cui non può esservi
conversione senza riconoscimento del proprio peccato, il ministero di
riconciliazione della Chiesa interviene in ogni caso con una finalità
schiettamente penitenziale, cioè per riportare l'uomo al «cognoscimento
di sé», secondo l'espressione di santa Caterina da Siena, al
distacco dal male, al ristabilimento dell'amicizia con Dio, al riordinamento
interiore, alla nuova conversione ecclesiale. Anzi, oltre l'ambito della Chiesa
e dei credenti, il messaggio e il ministero della penitenza sono rivolti a tutti
gli uomini, perché tutti hanno bisogno di conversione e di
riconciliazione.
Per adempiere adeguatamente tale ministero penitenziale, è necessario
anche valutare, con gli «occhi illuminati» della fede, le conseguenze
del peccato, che sono motivo di divisione e di rottura non solo all'interno di
ogni uomo, ma anche nelle varie cerchie in cui egli vive: familiare, ambientale,
professionale, sociale, come tante volte si può sperimentalmente
constatare, a conferma della pagina biblica riguardante la città di
Babele e la sua torre. Intenti a costruire ciò che doveva essere a un
tempo simbolo e focolare di unità, quegli uomini si ritrovarono più
dispersi di prima, confusi nel linguaggio, divisi tra loro, incapaci di consenso
e di convergenza.
Perché fallì l'ambizioso progetto? Perché «si
affaticarono invano i costruttori»? Perché gli uomini avevano posto
quale segno e garanzia dell'auspicata unità soltanto un'opera delle loro
mani, dimentichi dell'azione del Signore. Essi avevano puntato sulla sola
dimensione orizzontale del lavoro e della vita sociale, noncuranti di quella
verticale, per la quale si sarebbero trovati radicati in Dio, loro Creatore e
Signore, e protesi verso di lui come fine ultimo del loro cammino.
Ora si può dire che il dramma dell'uomo d'oggi, come dell'uomo di
tutti i tempi, consista proprio nel suo carattere babelico.
I.
IL MISTERO DEL PECCATO
14. Se leggiamo la pagina biblica della città e della torre di Babele
alla luce della novità evangelica, e la confrontiamo con l'altra pagina
della caduta dei progenitori, possiamo ricavarne preziosi elementi per una presa
di coscienza del mistero del peccato. Questa espressione, nella quale echeggia
ciò che san Paolo scrive circa il mistero dell'iniquità, tende a
farci percepire quel che di oscuro e di inafferrabile si cela nel peccato.
Questo, senza dubbio, è opera della libertà dell'uomo; ma dentro
il suo stesso spessore umano agiscono fattori, per i quali esso si situa al di là
dell'umano, nella zona di confine dove la coscienza, la volontà e la
sensibilità dell'uomo sono in contatto con le forze oscure che, secondo
san Paolo, agiscono nel mondo fin quasi a signoreggiarlo.
La disobbedienza a Dio
Dalla narrazione biblica relativa alla costruzione della torre di Babele
emerge un primo elemento, che ci aiuta a capire il peccato: gli uomini hanno
preteso di edificare una città, riunirsi in una compagine sociale, esser
forti e potenti senza Dio, se non proprio contro Dio. In questo senso, il
racconto del primo peccato nell'Eden e il racconto di Babele, malgrado notevoli
differenze di contenuto e di forma tra loro, hanno un punto di convergenza: in
ambedue ci si trova di fronte a un'esclusione di Dio per l'opposizione frontale
a un suo comandamento, per un gesto di rivalità nei suoi confronti, per
l'ingannevole pretesa di essere «come lui» (Gen 3,5). Nel racconto di
Babele l'esclusione di Dio non appare tanto in chiave di contrasto con lui, ma
come dimenticanza e indifferenza di fronte a lui, quasi che Dio non meriti alcun
interesse nell'ambito del disegno operativo e associativo dell'uomo. Ma in
ambedue i casi viene troncato con violenza il rapporto con Dio. Nel caso
dell'Eden appare in tutta la sua gravità e drammaticità ciò
che costituisce l'essenza più intima e più oscura del peccato: la
disobbedienza a Dio, alla sua legge, alla norma morale che egli ha dato
all'uomo, scrivendogliela nel cuore e confermandola e perfezionandola con la
rivelazione.
Esclusione di Dio, rottura con Dio, disobbedienza a Dio: lungo tutta la
storia umana questo è stato ed è, sotto forme diverse, il peccato,
che può giungere fino alla negazione di Dio e della sua esistenza: è
il fenomeno chiamato ateismo. Disobbedienza dell'uomo, che - con un atto della
sua libertà - non riconosce la signoria di Dio sulla sua vita, almeno in
quel determinato momento in cui viola la sua legge.
La divisione tra i fratelli
15. Nelle narrazioni bibliche sopra ricordate la rottura con Dio sfocia
drammaticamente nella divisione tra i fratelli. Nella descrizione del «primo
peccato», la rottura con Jahvè spezza al tempo stesso il filo
dell'amicizia che univa la famiglia umana, cosicché le pagine successive
della Genesi ci mostrano l'uomo e la donna, che puntano quasi il dito accusatore
l'uno contro l'altra; poi il fratello che, ostile al fratello, finisce col
togliergli la vita. Secondo la narrazione dei fatti di Babele, la conseguenza
del peccato è la frantumazione della famiglia umana, già
cominciata col primo peccato e ora giunta all'estremo nella sua forma sociale.
Chi vuole indagare il mistero del peccato non può non considerare
questa concatenazione di causa e di effetto. Come rottura con Dio, il peccato è
l'atto di disobbedienza di una creatura che, almeno implicitamente, rifiuta
colui dal quale è uscita e che la mantiene in vita; è, dunque, un
atto suicida. Poiché col peccato l'uomo rifiuta di sottomettersi a Dio,
anche il suo equilibrio interiore si rompe e proprio al suo interno scoppiano
contraddizioni e conflitti. Così lacerato, l'uomo produce quasi
inevitabilmente una lacerazione nel tessuto dei suoi rapporti con gli altri
uomini e col mondo creato. E' una legge e un fatto oggettivo, che hanno
riscontro in tanti momenti della psicologia umana e della vita spirituale, come
pure nella realtà della vita sociale, dov'è facile osservare le
ripercussioni e i segni del disordine interiore.
Il mistero del peccato si compone di questa doppia ferita, che il peccatore
apre nel suo proprio fianco e nel rapporto col prossimo. Perciò, si può
parlare di peccato personale e sociale: ogni peccato è personale sotto un
aspetto; sotto un altro aspetto, ogni peccato è sociale, in quanto e
perché ha anche conseguenze sociali.
Peccato personale e peccato sociale
16. Il peccato, in senso vero e proprio, è sempre un atto della
persona, perché è un atto di libertà di un singolo uomo, e
non propriamente di un gruppo o di una comunità. Quest'uomo può
essere condizionato, premuto, spinto da non pochi né lievi fattori
esterni, come anche può essere soggetto a tendenze, tare, abitudini
legate alla sua condizione personale. In non pochi casi tali fattori esterni e
interni possono attenuare, in maggiore o minore misura, la sua libertà e,
quindi, la sua responsabilità e colpevolezza. Ma è una verità
di fede, confermata anche dalla nostra esperienza e ragione, che la persona
umana è libera. Non si può ignorare questa verità, per
scaricare su realtà esterne - le strutture, i sistemi, gli altri - il
peccato dei singoli. Oltretutto, sarebbe questo un cancellare la dignità
e la libertà della persona, che si rivelano - sia pure negativamente e
disastrosamente - anche in tale responsabilità per il peccato commesso.
Perciò, in ogni uomo non c'è nulla di tanto personale e
intrasferibile quanto il merito della virtù o la responsabilità
della colpa.
Atto della persona, il peccato ha le sue prime e più importanti
conseguenze nel peccatore stesso: cioè, nella relazione di questi con
Dio, che è il fondamento stesso della vita umana; nel suo spirito,
indebolendone la volontà e oscurandone l'intelligenza.
A questo punto dobbiamo chiederci a quale realtà si riferivano coloro
che, nella preparazione del Sinodo e nel corso dei lavori sinodali, menzionarono
con non poca frequenza il peccato sociale. L'espressione e il concetto, che ad
essa è sotteso, hanno invero diversi significati.
Parlare di peccato sociale vuol dire, anzitutto, riconoscere che, in virtù
di una solidarietà umana tanto misteriosa e impercettibile quanto reale e
concreta, il peccato di ciascuno si ripercuote in qualche modo sugli altri. E',
questa, l'altra faccia di quella solidarietà che, a livello religioso, si
sviluppa nel profondo e magnifico mistero della comunione dei santi, grazie alla
quale si è potuto dire che «ogni anima che si eleva, eleva il mondo».
A questa legge dell'ascesa corrisponde, purtroppo, la legge della discesa, sicché
si può parlare di una comunione del peccato, per cui un'anima che si
abbassa per il peccato abbassa con sé la Chiesa e, in qualche modo, il
mondo intero. In altri termini, non c'è alcun peccato, anche il più
intimo e segreto, il più strettamente individuale, che riguardi
esclusivamente colui che lo commette. Ogni peccato si ripercuote, con maggiore o
minore veemenza, con maggiore o minore danno, su tutta la compagine ecclesiale e
sull'intera famiglia umana. Secondo questa prima accezione, a ciascun peccato si
può attribuire indiscutibilmente il carattere di peccato sociale.
Alcuni peccati, però, costituiscono, per il loro oggetto stesso,
un'aggressione diretta al prossimo e - più esattamente, in base al
linguaggio evangelico - al fratello. Essi sono un'offesa a Dio, perché
offendono il prossimo. A tali peccati si suole dare la qualifica di sociali, e
questa è la seconda accezione del termine. In questo senso è
sociale il peccato contro l'amore del prossimo, tanto più grave nella
legge di Cristo, perché è in gioco il secondo comandamento, che è
«simile al primo». E' egualmente sociale ogni peccato commesso contro
la giustizia nei rapporti sia da persona a persona, sia dalla persona alla
comunità, sia ancora dalla comunità alla persona. E' sociale ogni
peccato contro i diritti della persona umana, a cominciare dal diritto alla
vita, non esclusa quella del nascituro, o contro l'integrità fisica di
qualcuno; ogni peccato contro la libertà altrui, specialmente contro la
suprema libertà di credere in Dio e di adorarlo; ogni peccato contro la
dignità e l'onore del prossimo. Sociale è ogni peccato contro il
bene comune e contro le sue esigenze, in tutta l'ampia sfera dei diritti e dei
doveri dei cittadini. Sociale può essere il peccato di commissione o di
omissione da parte di dirigenti politici, economici, sindacali, che, pur
potendolo, non s'impegnano con saggezza nel miglioramento o nella trasformazione
della società secondo le esigenze e le possibilità del momento
storico; come pure da parte di lavoratori, che vengono meno ai loro doveri di
presenza e di collaborazione, perché le aziende possano continuare a
procurare il benessere a loro stessi, alle loro famiglie, all'intera società.
La terza accezione di peccato sociale riguarda i rapporti tra le varie
comunità umane. Questi rapporti non sempre sono in sintonia col disegno
di Dio, che vuole nel mondo giustizia, libertà e pace tra gli individui,
i gruppi, i popoli. Così la lotta di classe, chiunque ne sia il
responsabile e, a volte, il codificatore, è un male sociale. Così
la contrapposizione ostinata dei blocchi di nazioni e di una nazione contro
l'altra, dei gruppi contro altri gruppi in seno alla stessa nazione, è
pure un male sociale. In ambedue i casi, ci si può chiedere se si possa
attribuire a qualcuno la responsabilità morale di tali mali e, quindi, il
peccato. Ora si deve ammettere che realtà e situazioni, come quelle
indicate, nel loro generalizzarsi e persino ingigantirsi come fatti sociali,
diventano quasi sempre anonime, come complesse e non sempre identificabili sono
le loro cause. Perciò, se si parla di peccato sociale, qui l'espressione
ha un significato evidentemente analogico. In ogni caso, il parlare di peccati
sociali, sia pure in senso analogico, non deve indurre nessuno a sottovalutare
la responsabilità dei singoli, ma vuol essere un richiamo alle coscienze
di tutti, perché ciascuno si assuma le proprie responsabilità, per
cambiare seriamente e coraggiosamente quelle nefaste realtà e quelle
intollerabili situazioni.
Ciò premesso nel modo più chiaro e inequivocabile, bisogna
subito aggiungere che non è legittima e accettabile un'accezione del
peccato sociale, pur molto ricorrente ai nostri giorni in alcuni ambienti, la
quale nell'opporre, non senza ambiguità, peccato sociale a peccato
personale, più o meno inconsapevolmente conduca a stemperare e quasi a
cancellare il personale, per ammettere solo colpe e responsabilità
sociali. Secondo tale accezione, che rivela facilmente la sua derivazione da
ideologie e sistemi non cristiani - forse accantonati oggi da coloro stessi che
ne erano già i sostenitori ufficiali - praticamente ogni peccato sarebbe
sociale, nel senso di essere imputabile non tanto alla coscienza morale di una
persona, quanto ad una vaga entità e collettività anonima, che
potrebbe essere la situazione, il sistema, la società, le strutture,
l'istituzione.
Orbene la Chiesa, quando parla di situazioni di peccato o denuncia come
peccati sociali certe situazioni o certi comportamenti collettivi di gruppi
sociali più o meno vasti, o addirittura di intere nazioni e blocchi di
nazioni, sa e proclama che tali casi di peccato sociale sono il frutto,
l'accumulazione e la concentrazione di molti peccati personali. Si tratta dei
personalissimi peccati di chi genera o favorisce l'iniquità o la sfrutta;
di chi, potendo fare qualcosa per evitare, o eliminare, o almeno limitare certi
mali sociali, omette di farlo per pigrizia, per paura e omertà, per
mascherata complicità o per indifferenza; di chi cerca rifugio nella
presunta impossibilità di cambiare il mondo; e anche di chi pretende
estraniarsi dalla fatica e dal sacrificio, accampando speciose ragioni di ordine
superiore. Le vere responsabilità, dunque, sono delle persone.
Una situazione - e così un'istituzione, una struttura, una società
- non è, di per sé, soggetto di atti morali; perciò, non può
essere, in se stessa, buona o cattiva. Al fondo di ogni situazione di peccato si
trovano sempre persone peccatrici. Ciò è tanto vero che, se tale
situazione può essere cambiata nei suoi aspetti strutturali e
istituzionali per la forza della legge o - come più spesso avviene,
purtroppo - per la legge della forza, in realtà il cambiamento si rivela
incompleto, di poca durata e, in definitiva, vano e inefficace - per non dire
controproducente -, se non si convertono le persone direttamente o
indirettamente responsabili di tale situazione.
Mortale, veniale
17. Ma ecco, nel mistero del peccato, una nuova dimensione, sulla quale
l'intelligenza dell'uomo non ha mai cessato di meditare: quella della sua gravità.
E' una questione inevitabile, alla quale la coscienza cristiana non ha mai
rinunciato a dare una risposta: perché e in quale misura il peccato è
grave nell'offesa che fa a Dio e nella sua ripercussione sull'uomo? La Chiesa ha
una sua dottrina in proposito e la riafferma nei suoi elementi essenziali, pur
sapendo che non sempre è facile, nella concretezza delle situazioni,
operare nette delimitazioni di confini.
Già nell'Antico Testamento, per non pochi peccati - quelli commessi
con deliberazione, le varie forme di impudicizia, di idolatria, di culto dei
falsi dèi - si dichiarava che il reo doveva essere «eliminato dal
suo popolo», ciò che poteva anche significare condannato a morte. Ad
essi si contrapponevano altri peccati, soprattutto quelli commessi per
ignoranza, che venivano perdonati mediante un sacrificio.
Anche in riferimento a quei testi la Chiesa, da secoli, costantemente parla
di peccato mortale e di peccato veniale. Ma questa distinzione e questi termini
ricevono luce soprattutto dal Nuovo Testamento, nel quale si trovano molti testi
che enumerano e riprovano con forti espressioni i peccati particolarmente
meritevoli di condanna, oltre alla conferma del Decalogo fatta da Gesù
stesso. Voglio qui riferirmi specialmente a due pagine significative e
impressionanti.
In un testo della sua prima lettera, san Giovanni parla di un peccato che
conduce alla morte («pròs thánaton») in contrapposizione
a un peccato che non conduce alla morte («mè pròs thánaton»).
Ovviamente, qui il concetto di morte è spirituale: si tratta della
perdita della vera vita o «vita eterna», che per Giovanni è la
conoscenza del Padre e del Figlio, la comunione e l'intimità con loro. Il
peccato che conduce alla morte sembra essere in quel brano la negazione del
Figlio, o il culto di false divinità. Comunque, con tale distinzione di
concetti Giovanni sembra voler accentuare l'incalcolabile gravità di ciò
che è l'essenza del peccato, il rifiuto di Dio, che si attua soprattutto
nell'apostasia e nell'idolatria, cioè nel ripudiare la fede nella verità
rivelata e nell'equiparare a Dio certe realtà create, erigendole a idoli
o falsi dèi. Ma l'apostolo in quella pagina intende anche mettere in luce
la certezza che viene al cristiano dal fatto di essere «nato da Dio»
per la venuta del Figlio: c'è in lui una forza che lo preserva dalla
caduta nel peccato; Dio lo custodisce, «il maligno non lo tocca». Che
se pecca per debolezza o per ignoranza, c'è in lui la speranza della
remissione, anche per il sostegno che gli proviene dalla preghiera congiunta dei
fratelli.
In un'altra pagina del Nuovo Testamento, nel Vangelo di Matteo (Mt 12,31s),
Gesù stesso parla di una «bestemmia contro lo Spirito Santo»,
la quale è «irremissibile», poiché essa è nelle
sue manifestazioni un ostinato rifiuto di conversione all'amore del Padre delle
misericordie.
Si tratta, beninteso, di espressioni estreme e radicali: rifiuto di Dio,
rifiuto della sua grazia e, quindi, opposizione al principio stesso della
salvezza, per cui l'uomo sembra volontariamente precludersi la via della
remissione. E' da sperare che ben pochi vogliano ostinarsi fino alla fine in
questo atteggiamento di ribellione o addirittura di sfida contro Dio, il quale,
d'altra parte, nel suo amore misericordioso è più grande del
nostro cuore - come ci insegna ancora san Giovanni - e può vincere tutte
le nostre resistenze psicologiche e spirituali, sicché - come scrive san
Tommaso d'Aquino - «non c'è da disperare della salvezza di nessuno
in questa vita, considerata l'onnipotenza e la misericordia di Dio».
Ma dinanzi al problema dell'incontro di una volontà ribelle col Dio
infinitamente giusto non si può non nutrire sentimenti di salutare «timore
e tremore», come suggerisce san Paolo; mentre l'ammonimento di Gesù
circa il peccato che non è «remissibile» conferma l'esistenza
di colpe, che possono attirare sul peccatore, come pena, la «morte eterna».
Alla luce di questi e altri testi della Sacra Scrittura, i dottori e i
teologi, i maestri spirituali e i pastori hanno distinto i peccati in mortali e
veniali. Sant'Agostino, fra gli altri, parla di «letalia» o «mortifera
crimina», opponendoli a «venialia», «levia» o «quotidiana».
Il significato che egli attribuisce a questi qualificativi influirà nel
magistero successivo della Chiesa. Dopo di lui, sarà san Tommaso d'Aquino
a formulare nei termini più chiari possibili la dottrina divenuta
costante nella Chiesa.
Nel definire e distinguere i peccati mortali e veniali, non poteva essere
estraneo a san Tommaso e alla teologia del peccato, che si rifà a lui, il
riferimento biblico e, quindi, il concetto di morte spirituale. Secondo il
Dottore Angelico, per vivere spiritualmente l'uomo deve rimanere in comunione
col supremo principio della vita, che è Dio, in quanto è il fine
ultimo di tutto il suo essere e il suo agire. Ora il peccato è un
disordine perpetrato dall'uomo contro questo principio vitale. E quando, «per
mezzo del peccato, l'anima commette un disordine che va fino alla separazione
dal fine ultimo - Dio -, al quale essa è legata per la carità,
allora si ha il peccato mortale; invece, ogni volta che il disordine rimane al
di qua della separazione da Dio, allora il peccato è veniale». Per
questa ragione, il peccato veniale non priva della grazia santificante,
dell'amicizia con Dio, della carità, né quindi della beatitudine
eterna, mentre siffatta privazione è appunto conseguenza del peccato
mortale.
Considerando, inoltre, il peccato sotto l'aspetto della pena che include,
san Tommaso con altri dottori chiama mortale il peccato che, se non rimesso, fa
contrarre una pena eterna; veniale il peccato che merita una semplice pena
temporale (cioè parziale ed espiabile in terra o nel purgatorio).
Se poi si guarda alla materia del peccato, allora le idee di morte, di
rottura radicale con Dio, sommo bene, di deviazione dalla strada che porta a Dio
o di interruzione del cammino verso di lui (tutti modi di definire il peccato
mortale) si congiungono con l'idea di gravità del contenuto oggettivo:
perciò, il peccato grave si identifica praticamente, nella dottrina e
nell'azione pastorale della Chiesa, col peccato mortale.
Cogliamo qui il nucleo dell'insegnamento tradizionale della Chiesa, ribadito
spesso e con vigore nel corso del recente Sinodo. Questo, infatti, non soltanto
ha riaffermato quanto è stato proclamato dal Concilio Tridentino
sull'esistenza e la natura dei peccati mortali e veniali, ma ha voluto ricordare
che è peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che,
inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso. E'
doveroso aggiungere - come è stato anche fatto nel Sinodo - che alcuni
peccati, quanto alla loro materia, sono intrinsecamente gravi e mortali.
Esistono, cioè, atti che, per se stessi e in se stessi, indipendentemente
dalle circostanze, sono sempre gravemente illeciti, in ragione del loro oggetto.
Questi atti, se compiuti con sufficiente consapevolezza e libertà, sono
sempre colpa grave.
Questa dottrina fondata sul Decalogo e sulla predicazione dell'Antico
Testamento, ripresa nel kerigma degli apostoli e appartenente al più
antico insegnamento della Chiesa, che la ripete fino ad oggi, ha un preciso
riscontro nell'esperienza umana di tutti i tempi. L'uomo sa bene, per
esperienza, che nel cammino di fede e di giustizia che lo porta verso la
conoscenza e l'amore di Dio in questa vita e verso la perfetta unione con lui
nell'eternità, può sostare o distrarsi, senza però
abbandonare la via di Dio: in questo caso si ha il peccato veniale, il quale,
tuttavia, non dovrà essere attenuato quasi che sia automaticamente
qualcosa di trascurabile o un «peccato di poco conto».
Sennonché l'uomo sa pure, per dolorosa esperienza, che con atto
consapevole e libero della sua volontà può fare un'inversione di
marcia, camminare nel senso opposto al volere di Dio e così allontanarsi
da lui («aversio a Deo»), rifiutando la comunione di amore con lui,
staccandosi dal principio di vita che è lui, e scegliendo, dunque, la
morte.
Con tutta la tradizione della Chiesa noi chiamiamo peccato mortale questo
atto, per il quale un uomo, con libertà e consapevolezza, rifiuta Dio, la
sua legge, l'alleanza di amore che Dio gli propone, preferendo volgersi a se
stesso, a qualche realtà creata e finita, a qualcosa di contrario al
volere divino («conversio ad creaturam»). Il che può avvenire
in modo diretto e formale, come nei peccati di idolatria, di apostasia, di
ateismo; o in modo equivalente, come in tutte le disubbidienze ai comandamenti
di Dio in materia grave. L'uomo sente che questa disubbidienza a Dio tronca il
collegamento col suo principio vitale: è un peccato mortale, cioè
un atto che offende gravemente Dio e finisce col rivolgersi contro l'uomo stesso
con un'oscura e potente forza di distruzione.
Durante l'assemblea sinodale è stata proposta da alcuni padri una
distinzione tripartita fra i peccati, che sarebbero da classificare come
veniali, gravi e mortali. La tripartizione potrebbe mettere in luce il fatto che
fra i peccati gravi esiste una gradazione. Ma resta sempre vero che la
distinzione essenziale e decisiva è fra peccato che distrugge la carità
e peccato che non uccide la vita soprannaturale: fra la vita e la morte non si dà
via di mezzo.
Parimenti, si dovrà evitare di ridurre il peccato mortale a un atto
di «opzione fondamentale» - come oggi si suol dire - contro Dio,
intendendo con essa un esplicito e formale disprezzo di Dio o del prossimo. Si
ha, infatti, peccato mortale anche quando l'uomo, sapendo e volendo, per
qualsiasi ragione sceglie qualcosa di gravemente disordinato. In effetti, in una
tale scelta è già contenuto un disprezzo del precetto divino, un
rifiuto dell'amore di Dio verso l'umanità e tutta la creazione: l'uomo
allontana se stesso da Dio e perde la carità. L'orientamento
fondamentale, quindi, può essere radicalmente modificato da atti
particolari. Senza dubbio si possono dare situazioni molto complesse e oscure
sotto l'aspetto psicologico, che influiscono sulla imputabilità
soggettiva del peccatore. Ma dalla considerazione della sfera psicologica non si
può passare alla costituzione di una categoria teologica, qual è
appunto l'«opzione fondamentale», intendendola in modo tale che, sul
piano oggettivo, cambi o metta in dubbio la concezione tradizionale di peccato
mortale.
Se è da apprezzare ogni tentativo sincero e prudente di chiarire il
mistero psicologico e teologico del peccato, la Chiesa però ha il dovere
di ricordare a tutti gli studiosi di questa materia la necessità, da una
parte, di essere fedeli alla parola di Dio che ci istruisce anche sul peccato, e
il rischio, dall'altra, che si corre di contribuire ad attenuare ancora di più,
nel mondo contemporaneo, il senso del peccato.
Perdita del senso del peccato
18. Dal Vangelo letto nella comunione ecclesiale la coscienza cristiana ha
acquisito, lungo il corso delle generazioni, una fine sensibilità e
un'acuta percezione dei fermenti di morte, che sono contenuti nel peccato.
Sensibilità e capacità di percezione anche per individuare tali
fermenti nelle mille forme assunte dal peccato, nei mille volti sotto i quali
esso si presenta. E' ciò che si suol chiamare il senso del peccato.
Questo senso ha la sua radice nella coscienza morale dell'uomo e ne è
come il termometro. E' legato al senso di Dio, giacché deriva dal
rapporto consapevole che l'uomo ha con Dio come suo creatore, Signore e Padre.
Perciò, come non si può cancellare completamente il senso di Dio né
spegnere la coscienza, così non si cancella mai completamente il senso
del peccato.
Eppure, non di rado nella storia, per periodi di tempo più o meno
lunghi e sotto l'influsso di molteplici fattori, succede che viene gravemente
oscurata la coscienza morale in molti uomini. «Abbiamo noi un'idea giusta
della coscienza»? - domandavo due anni fa in un colloquio con i fedeli -. «Non
vive l'uomo contemporaneo sotto la minaccia di un'eclissi della coscienza? di
una deformazione della coscienza? di un intorpidimento o di un'"anestesia"
delle coscienze?». Troppi segni indicano che nel nostro tempo esiste una
tale eclissi, che è tanto più inquietante, in quanto questa
coscienza, definita dal Concilio «il nucleo più segreto e il
sacrario dell'uomo» («Gaudium et Spes», 16), è «strettamente
legata alla libertà dell'uomo (...). Per questo la coscienza in misura
principale sta alla base della dignità interiore dell'uomo e, nello
stesso tempo, del suo rapporto con Dio». E' inevitabile, pertanto, che in
questa situazione venga obnubilato anche il senso di Dio, il quale è
strettamente connesso con la coscienza morale, con la ricerca della verità,
con la volontà di fare un uso responsabile della libertà. Insieme
con la coscienza viene oscurato anche il senso di Dio, e allora, smarrito questo
decisivo punto di riferimento interiore, si perde il senso del peccato. Ecco
perché il mio predecessore Pio XII, con una parola diventata quasi
proverbiale, poté dichiarare un giorno che «il peccato del secolo è
la perdita del senso del peccato».
Perché questo fenomeno nel nostro tempo? Uno sguardo a talune
componenti della cultura contemporanea può aiutarci a capire il
progressivo attenuarsi del senso del peccato, proprio a causa della crisi della
coscienza e del senso di Dio, sopra rilevata.
Il «secolarismo», il quale, per la sua stessa natura e
definizione, è un movimento di idee e di costumi che propugna un
umanesimo che astrae totalmente da Dio, tutto concentrato nel culto del fare e
del produrre e travolto nell'ebbrezza del consumo e del piacere, senza
preoccupazione per il pericolo di «perdere la propria anima», non può
non minare il senso del peccato. Quest'ultimo si ridurrà tutt'al più
a ciò che offende l'uomo. Ma proprio qui si impone l'amara esperienza, a
cui già accennavo nella mia prima enciclica, che cioè l'uomo può
costruire un mondo senza Dio, ma questo mondo finirà per ritorcersi
contro l'uomo. In realtà, Dio è la radice e il fine supremo
dell'uomo, e questi porta in sé un germe divino. Perciò, è
la realtà di Dio che svela e illumina il mistero dell'uomo. E' vano,
quindi, sperare che prenda consistenza un senso del peccato nei confronti
dell'uomo e dei valori umani, se manca il senso dell'offesa commessa contro Dio,
cioè il senso vero del peccato.
Svanisce questo senso del peccato nella società contemporanea anche
per gli equivoci in cui si cade nell'apprendere certi risultati delle scienze
umane. Così in base a talune affermazioni della psicologia, la
preoccupazione di non colpevolizzare o di non porre freni alla libertà,
porta a non riconoscere mai una mancanza. Per un'indebita estrapolazione dei
criteri della scienza sociologica si finisce - come ho già accennato -
con lo scaricare sulla società tutte le colpe, di cui l'individuo vien
dichiarato innocente. Anche una certa antropologia culturale, a sua volta a
forza di ingrandire i pur innegabili condizionamenti e influssi ambientali e
storici che agiscono sull'uomo, ne limita tanto la responsabilità da non
riconoscergli la capacità di compiere veri atti umani e, quindi, la
possibilità di peccare.
Scade facilmente il senso del peccato anche in dipendenza di un'etica
derivante da un certo relativismo storicistico. Essa può essere l'etica
che relativizza la norma morale, negando il suo valore assoluto e
incondizionato, e negando, di conseguenza, che possano esistere atti
intrisecamente illeciti, indipendentemente dalle circostanze in cui sono posti
dal soggetto. Si tratta di un vero «rovesciamento e di una caduta di valori
morali», e «il problema non è tanto di ignoranza dell'etica
cristiana», ma «piuttosto è quello del senso, dei fondamenti e
dei criteri dell'atteggiamento morale». L'effetto di questo rovesciamento
etico è sempre anche quello di attutire a tal punto la nozione di
peccato, che si finisce quasi con l'affermare che il peccato c'è, ma non
si sa chi lo commette.
Svanisce, infine, il senso del peccato quando - come può avvenire
nell'insegnamento ai giovani, nelle comunicazioni di massa, nella stessa
educazione familiare - esso viene erroneamente identificato col sentimento
morboso della colpa o con la semplice trasgressione di norme e precetti legali.
La perdita del senso del peccato, dunque, è una forma o un frutto
della negazione di Dio: non solo di quella ateistica, ma anche di quella
secolaristica. Se il peccato è l'interruzione del rapporto filiale con
Dio per portare la propria esistenza fuori dell'obbedienza a lui, allora peccare
non è soltanto negare Dio; peccare è anche vivere come se egli non
esistesse, è cancellarlo dal proprio quotidiano. Un modello di società
mutilato o squilibrato nell'uno o nell'altro senso, quale è spesso
sostenuto dai mezzi di comunicazione, favorisce non poco la progressiva perdita
del senso del peccato. In tale situazione l'offuscamento o affievolimento del
senso del peccato risulta sia dal rifiuto di ogni riferimento al trascendente in
nome dell'aspirazione all'autonomia personale; sia dall'assoggettarsi a modelli
etici imposti dal consenso e costume generale, anche se condannati dalla
coscienza individuale; sia dalle drammatiche condizioni socio-economiche che
opprimono tanta parte dell'umanità, generando la tendenza a vedere errori
e colpe soltanto nell'ambito del sociale; sia, infine e soprattutto,
dall'oscuramento dell'idea della paternità di Dio e del suo dominio sulla
vita dell'uomo.
Persino nel campo del pensiero e della vita ecclesiale alcune tendenze
favoriscono inevitabilmente il declino del senso del peccato. Alcuni, ad
esempio, tendono a sostituire esagerati atteggiamenti del passato con altre
esagerazioni: essi passano dal vedere il peccato dappertutto al non scorgerlo da
nessuna parte; dall'accentuare troppo il timore delle pene eterne al predicare
un amore di Dio, che escluderebbe ogni pena meritata dal peccato; dalla severità
nello sforzo per correggere le coscienze erronee a un presunto rispetto della
coscienza, tale da sopprimere il dovere di dire la verità. E perché
non aggiungere che la confusione, creata nella coscienza di numerosi fedeli
dalle divergenze di opinioni e di insegnamenti nella teologia, nella
predicazione, nella catechesi, nella direzione spirituale, circa questioni gravi
e delicate della morale cristiana, finisce per far diminuire, fin quasi a
cancellarlo, il vero senso del peccato? Né vanno taciuti alcuni difetti
nella prassi della penitenza sacramentale: tale è la tendenza a offuscare
il significato ecclesiale del peccato e della conversione, riducendoli a fatti
meramente individuali, o viceversa, ad annullare la valenza personale del bene e
del male per considerarne esclusivamente la dimensione comunitaria; tale è
anche il pericolo, non mai totalmente scongiurato, del ritualismo abitudinario
che toglie al sacramento il suo pieno significato e la sua efficacia formativa.
Ristabilire il giusto senso del peccato è la prima forma per
affrontare la grave crisi spirituale incombente sull'uomo del nostro tempo. Ma
il senso del peccato si ristabilisce soltanto con un chiaro richiamo agli
inderogabili principi di ragione e di fede, che la dottrina morale della Chiesa
ha sempre sostenuto.
E' lecito sperare che soprattutto nel mondo cristiano ed ecclesiale
riaffiori un salutare senso del peccato. A ciò serviranno una buona
catechesi, illuminata dalla teologia biblica dell'alleanza, un attento ascolto e
una fiduciosa accoglienza del magistero della Chiesa, che non cessa di offrire
luce alle coscienze, e una prassi sempre più accurata del sacramento
della penitenza.
II.
«MYSTERIUM PIETATIS»
19. Per conoscere il peccato era necessario fissare lo sguardo sulla sua
natura, quale ci è fatta conoscere dalla rivelazione dell'economia della
salvezza; esso è «mysterium iniquitatis». Ma in questa economia
il peccato non è protagonista né, tantomeno, vincitore. Esso
contrasta come antagonista con un altro principio operante, che - usando una
bella e suggestiva espressione di san Paolo - possiamo chiamare il «mysterium»,
o «sacramentum pietatis». Il peccato dell'uomo sarebbe vincente e alla
fine distruttivo, il disegno salvifico di Dio rimarrebbe incompiuto o,
addirittura, sconfitto, se questo «mysterium pietatis» non si fosse
inserito nel dinamismo della storia per vincere il peccato dell'uomo.
Troviamo questa espressione in una delle lettere pastorali di san Paolo, la
prima a Timoteo. Essa balza improvvisa quasi per un'ispirazione irrompente.
L'apostolo, infatti, in antecedenza ha consacrato lunghi paragrafi del suo
messaggio al discepolo prediletto per spiegare il significato dell'ordinamento
della comunità (quello liturgico e, legato ad esso, quello gerarchico),
ha quindi parlato del ruolo dei capi della comunità, per riferirsi infine
al comportamento dello stesso Timoteo nella «chiesa del Dio vivente,
colonna e sostegno della verità». Quindi, alla fine del brano, egli
evoca quasi «ex abrupto», ma con un intento profondo, ciò che dà
significato a tutto quello che ha scritto: «E' senza dubbio grande il
mistero della pietà...» (1Tm 3,15s).
Senza tradire minimamente il senso letterale del testo, noi possiamo
allargare questa magnifica intuizione teologica dell'apostolo a una più
completa visione del ruolo che la verità da lui annunciata ha
nell'economia della salvezza. «E' grande davvero - ripetiamo con lui - il
mistero della pietà», perché vince il peccato.
Ma che cos'è nella concezione paolina questa «pietà»?
E' il Cristo stesso
20. E' profondamente significativo che, per presentare questo «mysterium
pietatis», Paolo trascriva semplicemente, senza stabilire un legame
grammaticale col testo precedente, tre righe di un inno cristologico, che -
secondo la sentenza di autorevoli studiosi - era usato nelle comunità
ellenico-cristiane. Con le parole di quell'inno, dense di contenuto teologico e
ricche di nobile bellezza, quei credenti del primo secolo professavano la loro
fede circa il mistero del Cristo, per il quale egli si è manifestato
nella realtà della carne umana e dallo Spirito Santo è stato
costituito quale giusto, che si offre per gli ingiusti; egli è apparso
agli angeli, fatto più grande di essi, ed è stato predicato alle
genti, portatore di salvezza; egli è stato creduto nel mondo, quale
inviato del Padre, e dallo stesso Padre assunto in cielo, quale Signore.
Il mistero o sacramento della pietà, pertanto, è il mistero
stesso del Cristo. Esso è, in una sintesi pregnante, il mistero
dell'incarnazione e della redenzione, della piena pasqua di Gesù, Figlio
di Dio e Figlio di Maria: mistero della sua passione e morte, della sua
risurrezione e glorificazione. Ciò che san Paolo, riprendendo le frasi
dell'inno, ha voluto ribadire è che questo mistero è il segreto
principio vitale che fa della Chiesa la casa di Dio, la colonna e il sostegno
della verità. Nel solco dell'insegnamento paolino, noi possiamo affermare
che questo medesimo mistero dell'infinita pietà di Dio verso di noi è
capace di penetrare fino alle nascoste radici della nostra iniquità, per
suscitare nell'anima un movimento di conversione, per redimerla e scioglierne le
vele verso la riconciliazione.
Riferendosi senza dubbio a questo mistero, anche san Giovanni, pur col suo
caratteristico linguaggio, che è diverso da quello di san Paolo, poteva
scrivere che «chiunque è nato da Dio, non pecca»: il Figlio di
Dio lo salva e «il maligno non lo tocca» (1Gv 5,18s). In questa
affermazione giovannea c'è un'indicazione di speranza, fondata sulle
promesse divine: il cristiano ha ricevuto la garanzia e le forze necessarie per
non peccare. Non si tratta, dunque, di un'impeccabilità acquisita per
virtù propria o, addirittura, insita nell'uomo, come pensavano gli
gnostici. E' un risultato dell'azione di Dio. Per non peccare il cristiano
dispone della conoscenza di Dio, ricorda san Giovanni in questo stesso passo. Ma
poco prima egli aveva scritto: «Chiunque è nato da Dio, non commette
peccato, perché un seme divino dimora in lui» (1Gv 3,9). Se per
questo «seme di Dio» intendiamo - come propongono alcuni commentatori
- Gesù, il Figlio di Dio, allora possiamo dire che per non peccare - o
per liberarsi dal peccato - il cristiano dispone della presenza in sé
dello stesso Cristo e del mistero di Cristo, che è mistero di pietà.
Lo sforzo del cristiano
21. Ma c'è nel «mysterium pietatis» un altro versante: la
pietà di Dio verso il cristiano deve aver corrispondenza nella pietà
del cristiano verso Dio. In questa seconda accezione, la pietà («eusébeia»)
significa appunto il comportamento del cristiano, che alla pietà paterna
di Dio risponde con la sua pietà filiale.
Anche in questo senso possiamo affermare con san Paolo che «è
grande il mistero della pietà». Anche in questo senso la pietà,
quale forza di conversione e di riconciliazione, affronta l'iniquità e il
peccato. Anche in questo caso gli aspetti essenziali del mistero del Cristo sono
oggetto della pietà nel senso che il cristiano accoglie il mistero, lo
contempla, ne trae la forza spirituale necessaria per condurre la vita secondo
il Vangelo. Anche qui si deve dire che «chi è nato da Dio, non
commette peccato»; ma l'espressione ha un senso imperativo: sostenuto dal
mistero del Cristo, come da un'interiore sorgente di energia spirituale, il
cristiano è diffidato dal peccare e, anzi, riceve il comandamento di non
peccare, ma di comportarsi degnamente «nella casa di Dio, che è la
chiesa del Dio vivente» (1Tm 3,15), essendo un figlio di Dio.
Verso una vita riconciliata
22. Così la parola della Scrittura, nel rivelarci il mistero della
pietà, apre l'intelligenza umana alla conversione e alla riconciliazione,
intese non come alte astrazioni, ma come valori cristiani concreti da
conquistare nella nostra quotidianità. Insidiati dalla perdita del senso
del peccato, talora tentati da qualche illusione ben poco cristiana di
impeccabilità, anche gli uomini d'oggi hanno bisogno di riascoltare, come
diretto a ciascuno personalmente, l'ammonimento di san Giovanni: «Se
diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è
in noi» (1Gv 1,8), e anzi «tutto il mondo giace sotto il potere del
maligno» (1Gv 5,19). Ciascuno, dunque, è invitato dalla voce della
verità divina a leggere realisticamente nella sua coscienza e a
confessare che è stato generato nell'iniquità, come diciamo nel
salmo Miserere.
Tuttavia, minacciati dalla paura e dalla disperazione, gli uomini d'oggi
possono sentirsi sollevati dalla divina promessa, che li apre alla speranza
della piena riconciliazione.
Il mistero della pietà, da parte di Dio, è quella misericordia
di cui il Signore e Padre nostro - lo ripeto ancora - è infinitamente
ricco. Come ho detto nell'enciclica dedicata al tema della divina misericordia,
essa è un amore più potente del peccato, più forte della
morte. Quando ci accorgiamo che l'amore che Dio ha per noi non si arresta di
fronte al nostro peccato, non indietreggia dinanzi alle nostre offese, ma si fa
ancora più premuroso e generoso; quando ci rendiamo conto che questo
amore è giunto fino a causare la passione e la morte del Verbo fatto
carne, il quale ha accettato di redimerci pagando col suo sangue, allora
prorompiamo nel riconoscimento: «Sì, il Signore è ricco di
misericordia», e diciamo perfino: «Il Signore è misericordia».
Il mistero della pietà è la via aperta dalla divina misericordia
alla vita riconciliata.
TERZA PARTE LA PASTORALE DELLA PENITENZA E DELLA RICONCILIAZIONE
Promozione della penitenza e della riconciliazione
23. Suscitare nel cuore dell'uomo la conversione e la penitenza e offrirgli
il dono della riconciliazione è la connaturale missione della Chiesa,
come continuatrice dell'opera redentrice del suo fondatore divino. E', questa,
una missione che non si esaurisce in alcune affermazioni teoriche e nella
proposta di un ideale etico non accompagnata da energie operative, ma tende ad
esprimersi in precise funzioni ministeriali in ordine a una pratica concreta
della penitenza e della riconciliazione.
A questo ministero, fondato e illuminato dai principi di fede sopra
illustrati, orientato verso obiettivi precisi e sostenuto da mezzi adeguati,
possiamo dare il nome di pastorale della penitenza e della riconciliazione. Suo
punto di partenza è la convinzione della Chiesa che l'uomo, al quale si
rivolge ogni forma di pastorale, ma principalmente la pastorale della penitenza
e della riconciliazione, è l'uomo segnato dal peccato, la cui immagine
pregnante si può trovare nel re Davide. Rimproverato dal profeta Natan,
egli accetta di confrontarsi con le proprie nefandezze e confessa: «Ho
peccato contro il Signore» (2Sam 12,13), e proclama: «Riconosco il mio
delitto, il mio peccato mi sta sempre dinanzi» (Sal 51,5); ma prega anche: «Purificami,
Signore, e sarò mondo; lavami, e sarò più bianco della neve»
(Ps 9), ricevendo la risposta della divina misericordia: «Il Signore ha
perdonato il tuo peccato: non morirai» (2Sam 12,13).
La Chiesa si trova, dunque, di fronte all'uomo - ad un intero mondo umano -
vulnerato dal peccato e da esso toccato in ciò che possiede di più
intimo nella profondità del suo essere, ma al tempo stesso mosso verso un
incoercibile desiderio di liberazione dal peccato e, specialmente se cristiano,
consapevole che il mistero della pietà, Cristo Signore, già opera
in lui e nel mondo con la forza della redenzione.
La funzione riconciliatrice della Chiesa deve così svolgersi secondo
quell'intimo nesso, che raccorda strettamente il perdono e la remissione del
peccato di ciascun uomo alla fondamentale e piena riconciliazione dell'umanità,
avvenuta con la redenzione. Questo nesso ci fa capire che, essendo il peccato il
principio attivo della divisione - divisione fra l'uomo e il Creatore, divisione
nel cuore e nell'essere dell'uomo, divisione fra gli uomini singoli e fra i
gruppi umani, divisione fra l'uomo e la natura creata da Dio -, soltanto la
conversione dal peccato è capace di operare una profonda e duratura
riconciliazione dovunque sia penetrata la divisione.
Non c'è bisogno di ripetere quanto ho già detto circa
l'importanza di questo «ministero della riconciliazione», e della
relativa pastorale che lo attua, nella coscienza e nella vita della Chiesa.
Questa fallirebbe in un aspetto essenziale del suo essere e mancherebbe a una
sua irrinunciabile funzione, se non pronunciasse con chiarezza e fermezza, a
tempo e fuori tempo, la «parola della riconciliazione» e non offrisse
al mondo il dono della riconciliazione. Ma conviene ripetere che tale importanza
del servizio ecclesiale di riconciliazione si estende, oltre i confini della
Chiesa, al mondo intero.
Parlare di pastorale della penitenza e della riconciliazione, dunque, vuol
dire riferirsi all'insieme dei compiti che incombono alla Chiesa, a tutti i
livelli, per la promozione di esse. Più concretamente, parlare di questa
pastorale vuol dire evocare tutte le attività, mediante le quali la
Chiesa, per il tramite di tutte e di ciascuna delle sue componenti - pastori e
fedeli, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti - e con tutti i mezzi a sua
disposizione - parola e azione, insegnamento e preghiera -, conduce gli uomini,
singoli o in gruppo, alla vera penitenza e li introduce così nel cammino
della piena riconciliazione.
I padri del Sinodo, come rappresentanti dei loro confratelli vescovi, guide
del popolo loro affidato, si sono occupati di questa pastorale nei suoi elementi
più pratici e concreti. E io sono lieto di far loro eco, associandomi
alle loro inquietudini e speranze, accogliendo i frutti delle loro ricerche ed
esperienze, incoraggiandoli nei loro progetti e realizzazioni. Possano essi
ritrovare in questa parte dell'esortazione apostolica l'apporto che hanno dato
essi stessi al Sinodo, apporto la cui utilità intendo allargare, mediante
queste pagine, alla Chiesa intera.
Ritengo, pertanto, di mettere in luce l'essenziale della pastorale della
penitenza e della riconciliazione rilevandone, con l'assemblea del Sinodo, i due
punti seguenti: 1) i mezzi usati e le vie seguite dalla Chiesa per promuovere la
penitenza e la riconciliazione; 2) il sacramento per eccellenza della penitenza
e della riconciliazione.
I.
MEZZI E VIE PER LA PROMOZIONE DELLA PENITENZA E DELLA RICONCILIAZIONE
24. Per promuovere la penitenza e la riconciliazione la Chiesa ha a
disposizione principalmente due mezzi, che le sono stati affidati dal suo stesso
fondatore: la catechesi e i sacramenti. Il loro impiego, sempre ritenuto dalla
Chiesa come pienamente consono alle esigenze della sua missione salvifica e
rispondente, nello stesso tempo, alle esigenze e ai bisogni spirituali degli
uomini di tutti i tempi, può essere fatto in forme e modi antichi e
nuovi, tra i quali sarà bene ricordare particolarmente quello che,
seguendo il mio predecessore Paolo VI, possiamo chiamare il metodo del dialogo.
Il dialogo
25. Il dialogo per la Chiesa è, in certo senso, un mezzo e
soprattutto un modo di svolgere la sua azione nel mondo contemporaneo. Il
Concilio Vaticano II, infatti, dopo aver proclamato che «la Chiesa, in virtù
della missione che ha di illuminare tutto il mondo col messaggio evangelico e di
radunare in un solo Spirito tutti gli uomini (...), diventa segno di quella
fraternità che permette e rafforza un sincero dialogo», aggiunge che
essa deve essere capace di «stabilire un dialogo sempre più fecondo
fra tutti coloro che formano l'unico popolo di Dio» («Gaudium et Spes»,
92), come anche di «stabilire un dialogo con l'umana società» («Christus
Dominus», 13).
Il mio predecessore Paolo VI ha dedicato al dialogo una parte notevole della
sua prima enciclica «Ecclesiam suam», in cui lo descrive e
caratterizza significativamente quale dialogo della salvezza. La Chiesa,
infatti, usa il metodo del dialogo per meglio condurre gli uomini - quelli che
per il battesimo e la professione di fede si riconoscono membra della comunità
cristiana e quelli che le sono estranei - alla conversione e alla penitenza,
sulla via di un profondo rinnovamento della propria coscienza e della propria
vita, alla luce del mistero della redenzione e della salvezza, operata da Cristo
e affidata al ministero della sua Chiesa. L'autentico dialogo, quindi, è
rivolto innanzitutto alla rigenerazione di ciascuno mediante la conversione
interiore e la penitenza, sempre con profondo rispetto per le coscienze e con la
pazienza e la gradualità indispensabili nelle condizioni degli uomini del
nostro tempo.
Il dialogo pastorale in vista della riconciliazione continua a essere oggi
un impegno fondamentale della Chiesa in diversi ambiti e a vari livelli. Essa
promuove, anzitutto, un dialogo ecumenico, cioè tra Chiese e comunità
ecclesiali che si richiamano alla fede in Cristo, Figlio di Dio e unico
salvatore, e un dialogo con le altre comunità di uomini che cercano Dio e
vogliono avere un rapporto di comunione con lui.
Alla base di tale dialogo con le altre Chiese e comunità ecclesiali e
con le altre religioni, e quale condizione della sua credibilità ed
efficacia, deve esserci un sincero sforzo di permanente e rinnovato dialogo
all'interno della stessa Chiesa cattolica. Questa Chiesa è consapevole di
essere, per sua natura, sacramento della comunione universale di carità;
ma è, altresì, consapevole delle tensioni esistenti al suo
interno, che rischiano di diventare fattori di divisione.
L'invito accorato e fermo, già rivolto dal mio predecessore in vista
dell'anno santo 1975, vale anche per il momento presente. Per ottenere il
superamento dei conflitti e far sì che le normali tensioni non risultino
dannose all'unità della Chiesa, occorre che tutti ci confrontiamo con la
parola di Dio e, abbandonate le proprie vedute soggettive, cerchiamo la verità
laddove essa si trova, cioè nella stessa divina Parola e
nell'interpretazione autentica, che ne dà il magistero della Chiesa. A
questa luce l'ascolto reciproco, il rispetto e l'astensione da ogni giudizio
affrettato, la pazienza, la capacità di evitare che la fede, che unisce,
sia subordinata alle opinioni, alle mode, alle scelte ideologiche, che dividono,
sono tutte doti di un dialogo che all'interno della Chiesa deve essere assiduo,
volenteroso, sincero. E' chiaro che esso non sarebbe tale e non diventerebbe un
fattore di riconciliazione, senza l'attenzione al magistero e l'accettazione di
esso.
Così impegnata fattivamente nella ricerca della propria comunione
interna, la Chiesa cattolica può rivolgere l'appello alla riconciliazione
- come ha già fatto da tempo - alle altre Chiese, con le quali non c'è
piena comunione, nonché alle altre religioni e persino a chi cerca Dio
con cuore sincero.
Alla luce del Concilio e del magistero dei miei predecessori, la cui
preziosa eredità ho ricevuto e mi sforzo di conservare e attuare, posso
affermare che la Chiesa cattolica in tutte le sue componenti si impegna con
lealtà nel dialogo ecumenico, senza facili ottimismi, ma anche senza
sfiducia e senza esitazioni o ritardi. Le leggi fondamentali che essa cerca di
seguire in tale dialogo sono, da una parte, la persuasione che soltanto un
ecumenismo spirituale - cioè fondato nella preghiera comune e nella
comune docilità all'unico Signore - permette di rispondere sinceramente e
seriamente alle altre esigenze dell'azione ecumenica; dall'altra, la convinzione
che un certo facile irenismo in materia dottrinale e, soprattutto, dogmatica
potrebbe forse portare a una forma di convivenza superficiale e non durevole, ma
non a quella comunione profonda e stabile che tutti noi auspichiamo. A questa
comunione si giungerà nell'ora voluta dalla divina provvidenza; ma per
giungervi la Chiesa cattolica, per quanto la concerne, sa di dover essere aperta
e sensibile a tutti «i valori veramente cristiani, promananti dal comune
patrimonio, che si trovano presso i fratelli da noi separati», ma di dover
parimenti porre alla base di un dialogo leale e costruttivo la chiarezza delle
impostazioni, la fedeltà e la coerenza con la fede trasmessa e definita
nel solco della tradizione perenne del suo magistero. Nonostante la minaccia,
poi, di un certo disfattismo, e malgrado le inevitabili lentezze che
l'avventatezza non potrà mai correggere, la Chiesa cattolica continua a
cercare con tutti gli altri fratelli cristiani le vie dell'unità e con i
seguaci delle altre religioni un dialogo sincero. Possa questo dialogo
inter-religioso condurre al superamento di ogni atteggiamento di ostilità,
di diffidenza, di mutua condanna e persino di mutua invettiva, condizione
preliminare almeno all'incontro nella fede in un unico Dio e nella certezza
della vita eterna per l'anima immortale. Voglia il Signore specialmente che il
dialogo ecumenico conduca a una sincera riconciliazione intorno a tutto ciò
che possiamo avere già in comune con le altre Chiese cristiane: la fede
in Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, Salvatore e Signore, l'ascolto
della Parola, lo studio della Rivelazione, il sacramento del battesimo.
Nella misura in cui la Chiesa è capace di generare la concordia
attiva - l'unità nella varietà - al suo proprio interno, e di
offrirsi come testimone e umile operatrice di riconciliazione nei confronti
delle altre Chiese e comunità ecclesiali e delle altre religioni, essa
diventa, secondo l'espressiva definizione di sant'Agostino, «mondo
riconciliato». Allora potrà essere segno di riconciliazione nel
mondo e per il mondo.
Nella consapevolezza della smisurata gravità della situazione creata
dalle forze della divisione e della guerra, che costituisce oggi una pesante
minaccia non soltanto per l'equilibrio e l'armonia delle nazioni, ma per la
sopravvivenza stessa dell'umanità, la Chiesa sente di dover offrire e
proporre la sua specifica collaborazione per il superamento dei conflitti e la
ricomposizione della concordia.
E' un complesso e delicato dialogo di riconciliazione, in cui la Chiesa si
impegna, anzitutto, con l'opera della Santa Sede e dei suoi diversi organismi.
La Santa Sede si sforza sia di intervenire presso i governanti delle nazioni e i
responsabili delle varie istanze internazionali, sia di associarsi ad essi,
dialogando con essi o stimolandoli a dialogare fra di loro, a beneficio della
riconciliazione in mezzo ai numerosi conflitti. Essa fa questo non per secondi
fini o per interessi occulti - poiché non ne ha -, ma «per una
preoccupazione umanitaria», mettendo la sua struttura istituzionale e la
sua autorità morale, del tutto singolari, a servizio della concordia e
della pace. Essa fa questo convinta che come «nella guerra due parti
insorgono l'una contro l'altra», così «nella questione della
pace sono pure sempre e necessariamente due parti che debbono sapersi impegnare»,
e in ciò «si trova il vero senso del dialogo per la pace».
Nel dialogo per la riconciliazione la Chiesa si impegna anche per mezzo dei
vescovi secondo la competenza e responsabilità che è loro propria,
sia individualmente nella direzione delle rispettive Chiese particolari, sia
riuniti nelle conferenze episcopali, con la collaborazione dei presbiteri e di
tutte le componenti delle comunità cristiane. Essi adempiono puntualmente
i loro compiti, quando promuovono quell'indispensabile dialogo e proclamano le
esigenze umane e cristiane di riconciliazione e di pace. In comunione con i loro
pastori, i laici, i quali hanno come «campo proprio della loro attività
evangelizzatrice il mondo vasto e complicato della politica, della realtà
sociale, dell'economia (...) della vita internazionale», sono chiamati ad
impegnarsi direttamente nel dialogo o in favore del dialogo per la
riconciliazione. Per loro tramite è ancora la Chiesa che svolge la sua
azione riconciliatrice. La rigenerazione dei cuori mediante la conversione e la
penitenza è, pertanto, il presupposto fondamentale e la base sicura per
ogni rinnovamento sociale e per la pace tra le nazioni.
Resta da ribadire che da parte della Chiesa e dei suoi membri il dialogo, in
qualsiasi forma si svolga - e sono e possono essere molto diverse, sicché
lo stesso concetto di dialogo ha un valore analogico - non potrà mai
partire da un atteggiamento di indifferenza verso la verità, ma esserne,
piuttosto, una presentazione fatta in modo sereno e rispettoso dell'intelligenza
e della coscienza altrui. Il dialogo della riconciliazione non potrà mai
sostituire o attenuare l'annuncio della verità evangelica, che ha come
scopo preciso la conversione dal peccato e la comunione con Cristo e con la
Chiesa, ma dovrà servire alla sua trasmissione e attuazione attraverso i
mezzi lasciati da Cristo alla Chiesa per la pastorale della riconciliazione: la
catechesi e la penitenza.
La Catechesi
26. Nella vasta area, in cui la Chiesa ha la missione di operare con lo
strumento del dialogo, la pastorale della penitenza e della riconciliazione si
rivolge ai membri del corpo della Chiesa, innanzitutto, con un'adeguata
catechesi circa le due realtà distinte e complementari, alle quali i
padri sinodali hanno dato una particolare importanza, e che hanno messo in
rilievo in alcune delle «Propositiones» conclusive: appunto la
penitenza e la riconciliazione. La catechesi, dunque, è il primo mezzo da
impiegare.
Alla radice della raccomandazione del Sinodo, così opportuna, si
trova un presupposto fondamentale: ciò che è pastorale non si
oppone al dottrinale, né può l'azione pastorale prescindere dal
contenuto dottrinale, dal quale, anzi, trae la sua sostanza e la sua reale
validità. Ora, se la Chiesa è «colonna e sostegno della verità»
(1Tm 3,15) ed è posta nel mondo come madre e maestra, come potrebbe
tralasciare il compito di insegnare la verità che costituisce un cammino
di vita?
Dai pastori della Chiesa si attende, prima di tutto, una catechesi sulla
riconciliazione. Questa non può non fondarsi sull'insegnamento biblico,
specialmente quello neo-testamentario, circa la necessità di ricostituire
l'alleanza con Dio in Cristo redentore e riconciliatore e, alla luce e come
espansione di questa nuova comunione e amicizia, circa la necessità di
riconciliarsi col fratello, a costo di dover interrompere l'offerta del
sacrificio. Su questo tema della riconciliazione fraterna Gesù insiste
molto: ad esempio, quando invita a porgere l'altra guancia a chi ci ha percosso
e a lasciare anche il mantello a chi ci ha preso la tunica, o quando inculca la
legge del perdono: perdono che ciascuno riceve nella misura in cui sa perdonare,
perdono da offrire anche ai nemici, perdono da concedere settanta volte sette,
cioè, in pratica, senza alcuna limitazione. A queste condizioni,
realizzabili solo in un clima genuinamente evangelico, è possibile una
vera riconciliazione sia fra gli individui, sia fra le famiglie, le comunità,
le nazioni e i popoli. Da questi dati biblici sulla riconciliazione deriverà
naturalmente una catechesi teologica, la quale integrerà nella sua
sintesi anche gli elementi della psicologia, della sociologia e delle altre
scienze umane, che possono servire per chiarire le situazioni, impostare bene i
problemi, persuadere gli ascoltatori o i lettori a prendere risoluzioni
concrete.
Dai pastori della Chiesa si attende pure una catechesi sulla penitenza.
Anche qui la ricchezza del messaggio biblico ne deve essere la sorgente. Questo
messaggio sottolinea nella penitenza, anzitutto, il suo valore di conversione,
termine col quale si cerca di tradurre la parola del testo greco «metanoia»,
che letteralmente significa lasciar capovolgere lo spirito per farlo volgere a
Dio. Sono questi, del resto, i due elementi fondamentali emergenti dalla
parabola del figlio perduto e ritrovato: il «rientrare in sé» e
la decisione di tornare al padre. Non ci può essere riconciliazione senza
questi atteggiamenti primordiali della conversione, e la catechesi deve
spiegarli con concetti e termini adatti alle varie età, alle diverse
condizioni culturali, morali e sociali.
E' un primo valore della penitenza che si prolunga nel secondo: penitenza
significa anche pentimento. I due sensi della «metanoia» appaiono
nella significativa consegna data da Gesù: «Se un tuo fratello si
pente (= ritorna a te), perdonagli. E se pecca sette volte al giorno contro di
te e sette volte torna a te dicendo: "Mi pento", tu gli perdonerai»
(Lc 17,3s). Una buona catechesi mostrerà come il pentimento, tanto quanto
la conversione, lungi dall'essere un sentimento superficiale, è un vero
capovolgimento dell'anima.
Un terzo valore è contenuto nella penitenza, ed è il movimento
per il quale i precedenti atteggiamenti di conversione e di pentimento si
manifestano all'esterno: è il fare penitenza. Questo significato è
ben percepibile nel termine «metanoia», come è usato dal
Precursore secondo il testo dei sinottici. Fare penitenza vuol dire, oltre
tutto, ristabilire l'equilibrio e l'armonia rotti dal peccato, cambiare
direzione anche a costo di sacrificio.
Insomma, una catechesi sulla penitenza, la più completa e adeguata
possibile, è inderogabile in un tempo come il nostro, nel quale gli
atteggiamenti dominanti nella psicologia e nel comportamento sociale sono così
in contrasto col triplice valore, già illustrato: l'uomo contemporaneo
sembra far più fatica che mai a riconoscere i propri sbagli e a decidere
di tornare sui suoi passi per riprendere il cammino dopo aver rettificato la
marcia; egli sembra molto riluttante a dire «me ne pento» o «mi
dispiace»; sembra rifiutare istintivamente, e spesso irresistibilmente,
tutto ciò che è penitenza nel senso del sacrificio accolto e
praticato per la correzione del peccato. A questo riguardo, vorrei sottolineare
che, anche se mitigata da qualche tempo, la disciplina penitenziale della Chiesa
non può essere abbandonata senza grave nocumento sia per la vita
interiore dei cristiani e della comunità ecclesiale, sia per la loro
capacità di irradiazione missionaria. Non è raro che non-cristiani
siano sorpresi per la scarsa testimonianza di vera penitenza da parte dei
discepoli di Cristo. E' chiaro, peraltro, che la penitenza cristiana sarà
autentica, se sarà ispirata dall'amore, e non dal mero timore; se
consisterà in un serio sforzo di crocifiggere l'«uomo vecchio»,
perché possa rinascere il «nuovo», ad opera di Cristo; se
seguirà come modello Cristo che, pur essendo innocente, scelse la via
della povertà, della pazienza, dell'austerità e, si può
dire, della vita penitente.
Dai pastori della Chiesa si attende ancora - come ha ricordato il Sinodo -
una catechesi sulla coscienza e la sua formazione. Anche questo è un tema
di acuta attualità, visto che, nei sussulti a cui è soggetta la
cultura del nostro tempo, viene troppo spesso aggredito, messo a prova,
sconvolto, ottenebrato questo santuario interiore, cioè l'io più
intimo dell'uomo: la sua coscienza. Per una sapiente catechesi sulla coscienza
si possono trovare indicazioni preziose sia nei dottori della Chiesa, sia nella
teologia del Concilio Vaticano II e, specialmente, nei due documenti sulla
Chiesa nel mondo contemporaneo e sulla libertà religiosa. Su questa
stessa linea il pontefice Paolo VI intervenne spesso, per ricordare la natura e
il ruolo della coscienza nella nostra vita. Io stesso, seguendo le sue orme, non
tralascio nessuna occasione per far luce su questa altissima componente della
grandezza e dignità dell'uomo, su questa «sorta di senso morale, che
ci porta a discernere ciò che è bene da ciò che è
male (...) come un occhio interiore, una capacità visiva dello spirito,
in grado di guidare i nostri passi sulla via del bene», ribadendo la
necessità di formare cristianamente la propria coscienza, affinché
essa non diventi «una forza distruttrice dell'umanità vera (della
persona), anziché il luogo santo dove Dio gli rivela il suo vero bene».
Anche su altri punti di non minore rilevanza per la riconciliazione si
attende la catechesi dei pastori della Chiesa.
-
Sul senso del peccato, che, come ho detto, si è non poco attenuato
nel nostro mondo.
-
Sulla tentazione e le tentazioni: lo stesso Signore Gesù, Figlio di
Dio, «provato in ogni cosa, come noi, escluso il peccato» (Eb 4,15),
volle esser tentato dal maligno, per indicare che, come lui, anche i suoi
sarebbero sottoposti alla tentazione, nonché per mostrare come bisogna
comportarsi nella tentazione. Per chi supplica il Padre di non esser tentato al
di sopra delle proprie forze e di non soccombere alla tentazione, per chi non si
espone alle occasioni, l'esser sottoposto a tentazione non significa aver
peccato, ma è, piuttosto, occasione per crescere nella fedeltà e
nella coerenza attraverso l'umiltà e la vigilanza.
-
Sul digiuno: che può praticarsi in forme antiche e nuove, come
segno di conversione, di pentimento e di mortificazione personale e, al tempo
stesso, di unione con Cristo crocifisso e di solidarietà con gli affamati
e i sofferenti.
-
Sull'elemosina: che è mezzo per render concreta la carità,
condividendo ciò di cui si dispone con colui che soffre le conseguenze
della povertà.
-
Sul nesso intimo, che collega il superamento delle divisioni nel mondo
alla comunione piena con Dio e fra gli uomini, scopo escatologico della Chiesa.
-
Sulle circostanze concrete, in cui si deve operare la riconciliazione
(nella famiglia, nella comunità civile, nelle strutture sociali) e,
particolarmente, sulle quattro riconciliazioni che riparano le quattro fratture
fondamentali: riconciliazione dell'uomo con Dio, con se stesso, con i fratelli,
con tutto il creato.
Né la Chiesa può omettere, senza grave mutilazione del suo
messaggio essenziale, una costante catechesi su quelli che il linguaggio
cristiano tradizionale designa come i quattro novissimi dell'uomo: morte,
giudizio (particolare e universale), inferno e paradiso. In una cultura, che
tende a racchiudere l'uomo nella sua vicenda terrena più o meno riuscita,
ai pastori della Chiesa si chiede una catechesi che dischiuda e illumini con le
certezze della fede l'aldilà della vita presente: oltre le misteriose
porte della morte si profila un'eternità di gioia nella comunione con Dio
o di pena nella lontananza da lui. Soltanto in questa visione escatologica si può
avere la misura esatta del peccato e sentirsi spinti decisamente alla penitenza
e alla riconciliazione.
Ai pastori zelanti e capaci di inventiva non mancano mai le occasioni per
impartire questa ampia e varia catechesi, tenendo conto della diversità
di cultura e di formazione religiosa di coloro ai quali si rivolgono. Le offrono
spesso le letture bibliche e i riti della santa messa e degli altri sacramenti,
come le stesse circostanze in cui essi vengono celebrati. Allo stesso scopo
possono esser prese molte iniziative, quali predicazioni, lezioni, dibattiti,
incontri e corsi di cultura religiosa, ecc., come avviene in molti luoghi.
Desidero qui segnalare, in particolare, l'importanza e l'efficacia che, ai fini
di tale catechesi, hanno le antiche missioni popolari. Se adattate alle
peculiari esigenze del nostro tempo, esse possono essere, oggi come ieri, un
valido strumento di educazione nella fede anche per quanto riguarda il settore
della penitenza e della riconciliazione.
Per la grande rilevanza che ha la riconciliazione, fondata sulla
conversione, nel delicato campo dei rapporti umani e della convivenza sociale a
tutti i livelli, compreso quello internazionale, non può mancare alla
catechesi il prezioso apporto della dottrina sociale della Chiesa. Il puntuale e
preciso insegnamento dei miei predecessori, a partire dal papa Leone XIII, a cui
è venuto a unirsi il sostanzioso apporto della costituzione pastorale «Gaudium
et Spes» del Concilio Vaticano II con quello dei diversi episcopati
sollecitati da varie circostanze nei rispettivi paesi, ha costituito un ampio e
solido corpo di dottrina riguardante le molteplici esigenze inerenti alla vita
della comunità umana, ai rapporti tra individui, famiglie, gruppi nei
suoi diversi ambiti, e alla stessa costituzione di una società che voglia
esser coerente con la legge morale, che è fondamento della civiltà.
Alla base di questo insegnamento sociale della Chiesa si trova, ovviamente,
la visione che essa trae dalla parola di Dio circa i diritti e i doveri degli
individui, della famiglia e della comunità; circa il valore della libertà
e le dimensioni della giustizia; circa il primato della carità; circa la
dignità della persona umana e le esigenze del bene comune, al quale
devono mirare la politica e la stessa economia. Su questi fondamentali principi
del magistero sociale, che confermano e ripropongono i dettami universali della
ragione e della coscienza dei popoli, poggia in gran parte la speranza di una
pacifica soluzione di tanti conflitti sociali e, in definitiva, della
riconciliazione universale.
I sacramenti
27. Il secondo mezzo di istituzione divina, che dalla Chiesa è
offerto alla pastorale della penitenza e della riconciliazione, è
costituito dai sacramenti. Nel misterioso dinamismo dei sacramenti, così
ricco di simbolismi e di contenuti, è possibile ravvisare un aspetto non
sempre messo in luce: ciascuno di essi, oltreché della sua grazia
propria, è segno anche di penitenza e riconciliazione e, dunque, in
ciascuno di essi è possibile rivivere queste dimensioni dello spirito.
Il battesimo è, certo, un lavacro salvifico, che - come dice san
Pietro - vale «non (come) rimozione di sporcizia del corpo, ma (come)
invocazione di salvezza, rivolta a Dio da parte di una buona coscienza»
(1Pt 3,21). E' morte, sepoltura e risurrezione con Cristo morto, sepolto e
risorto. E' dono dello Spirito Santo per il tramite di Cristo. Ma questo
costitutivo essenziale e originale del battesimo cristiano, lungi
dall'eliminare, arricchisce l'elemento penitenziale già presente nel
battesimo, che Gesù stesso ricevette da Giovanni «per adempiere ogni
giustizia»: un fatto, cioè, di conversione e di reintegrazione nel
giusto ordine di rapporti con Dio, di riconciliazione con Dio, con la
cancellazione della macchia originale e il conseguente inserimento nella grande
famiglia dei riconciliati.
Parimenti la cresima, anche in quanto confermazione del battesimo e, con
esso, sacramento di iniziazione, nel conferire la pienezza dello Spirito Santo e
nel portare all'età adulta la vita cristiana, significa e realizza per ciò
stesso una maggiore conversione del cuore e una più intima ed effettiva
appartenenza alla medesima assemblea di riconciliati, che è la Chiesa di
Cristo.
La definizione, che sant'Agostino dà dell'eucaristia come «sacramentum
pietatis, signum unitatis, vinculum caritatis», mette in chiara luce gli
effetti di santificazione personale («pietas») e di riconciliazione
comunitaria («unitas» e «caritas»), che derivano
dall'essenza stessa del mistero eucaristico, come rinnovamento incruento del
sacrificio della croce, fonte di salvezza e di riconciliazione per tutti gli
uomini. E' necessario, tuttavia, ricordare che la Chiesa, guidata dalla fede in
questo augusto sacramento, insegna che nessun cristiano, consapevole di peccato
grave, può ricevere l'eucaristia prima di aver ottenuto il perdono di
Dio. Come si legge nell'istruzione «Eucharisticum mysterium», la
quale, debitamente approvata da Paolo VI, conferma in pieno l'insegnamento del
Concilio Tridentino: «L'eucaristia sia proposta ai fedeli anche «come
antidoto, che ci libera dalle colpe quotidiane, e ci preserva dai peccati
mortali», e sia loro indicato il modo conveniente di servirsi delle parti
penitenziali della liturgia della messa. «A colui che vuole comunicarsi
venga ricordato... il precetto: L'uomo provi se stesso (1Cor 11,28). E la
consuetudine della Chiesa dimostra che quella prova è necessaria, perché
nessuno consapevole di essere in peccato mortale, per quanto si creda contrito,
si accosti alla santa eucaristia prima della confessione sacramentale. Che, se
si trova in caso di necessità e non ha modo di confessarsi, faccia prima
un atto di contrizione perfetta».
Il sacramento dell'ordine è destinato a dare alla Chiesa i pastori, i
quali, oltreché maestri e guide, sono chiamati a essere testimoni e
operatori di unità, costruttori della famiglia di Dio, difensori e
preservatori della comunione di questa famiglia contro i fermenti di divisione e
di dispersione.
Il sacramento del matrimonio, esaltazione dell'amore umano sotto l'azione
della grazia, è segno, sì, dell'amore di Cristo per la Chiesa, ma
anche della vittoria che egli concede agli sposi di riportare sulle forze che
deformano e distruggono l'amore, sicché la famiglia, nata da tale
sacramento, diventa segno anche della Chiesa riconciliata e riconciliatrice per
un mondo riconciliato in tutte le sue strutture e istituzioni.
L'unzione degli infermi, infine, nella prova della malattia e della
vecchiaia e specialmente nell'ora finale del cristiano, è segno della
definitiva conversione al Signore, nonché della totale accettazione del
dolore e della morte come penitenza per i peccati. E in questo si attua la
suprema riconciliazione col Padre.
Tuttavia, fra i sacramenti ce n'è uno che, se spesso è stato
chiamato della confessione a motivo dell'accusa dei peccati che in esso vien
fatta, più propriamente può ritenersi il sacramento della
penitenza per antonomasia, come di fatto si chiama, e quindi è il
sacramento della conversione e della riconciliazione. Di questo sacramento si è
particolarmente occupata la recente assemblea del Sinodo per l'importanza che ha
in ordine alla riconciliazione.
II.
IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA E DELLA RICONCILIAZIONE
28. In tutte le fasi e a tutti i livelli del suo svolgimento, il Sinodo ha
considerato con la massima attenzione quel segno sacramentale che rappresenta e
insieme realizza la penitenza e la riconciliazione. Questo sacramento certamente
non esaurisce in se stesso i concetti di conversione e di riconciliazione. La
Chiesa, infatti, sin dalle sue origini conosce e valorizza numerose e svariate
forme di penitenza: alcune liturgiche o paraliturgiche, che vanno dall'atto
penitenziale della messa alle funzioni propiziatorie, ai pellegrinaggi; altre di
carattere ascetico, come il digiuno. Tuttavia, di tutti gli atti nessuno è
più significativo, né più divinamente efficace, né
più elevato e in pari tempo accessibile nel suo stesso rito, del
sacramento della penitenza.
Sin dalla sua preparazione, poi nei numerosi interventi succedutisi durante
il suo svolgimento, nei lavori dei gruppi e nelle «Propositiones»
finali, il Sinodo ha tenuto conto dell'affermazione pronunciata molte volte, con
toni diversi e diverso contenuto: il sacramento della penitenza è in
crisi, e di tale crisi ha preso atto. Ha raccomandato un'approfondita catechesi,
ma anche una non meno approfondita analisi di carattere teologico, storico,
psicologico, sociologico e giuridico circa la penitenza in generale e il
sacramento della penitenza in particolare. Con tutto ciò esso ha inteso
chiarire i motivi della crisi e aprire le vie per una soluzione positiva, a
beneficio dell'umanità. Intanto, dal Sinodo stesso la Chiesa ha ricevuto
una chiara conferma della sua fede riguardo al sacramento, per il quale viene
data ad ogni cristiano e all'intera comunità dei credenti la certezza del
perdono per la potenza del sangue redentore di Cristo.
Giova rinnovare e riaffermare questa fede nel momento in cui essa potrebbe
affievolirsi, perdere qualcosa della sua integrità o entrare in una zona
d'ombra e di silenzio, minacciata com'è dalla già menzionata crisi
in ciò che essa ha di negativo. Insidiano, infatti, il sacramento della
confessione, da un lato, l'oscuramento della coscienza morale e religiosa,
l'attenuazione del senso del peccato, il travisamento del concetto di
pentimento, la scarsa tensione verso una vita autenticamente cristiana;
dall'altro lato, la mentalità, talora diffusa, che si possa ottenere il
perdono direttamente da Dio anche in maniera ordinaria, senza accostarsi al
sacramento della riconciliazione, e l'abitudine di una pratica sacramentale
priva talora di fervore e di vera spontaneità, originata forse da una
considerazione errata e deviante degli effetti del sacramento.
Conviene, pertanto, ricordare le principali dimensioni di questo grande
sacramento.
«A chi rimetterete»
29. Il primo dato fondamentale ci è offerto dai libri santi
dell'Antico e del Nuovo Testamento riguardo alla misericordia del Signore e al
suo perdono. Nei salmi e nella predicazione dei profeti il nome di
misericordioso è forse quello che più spesso viene attribuito al
Signore, contrariamente al persistente cliché, secondo il quale il Dio
dell'Antico Testamento viene presentato soprattutto come severo e punitivo. Così,
fra i salmi, un lungo discorso sapienziale, attingendo alla tradizione
dell'Esodo, rievoca l'azione benefica di Dio in mezzo al suo popolo. Tale
azione, pur nella sua rappresentazione antropomorfica, è forse una delle
più eloquenti proclamazioni veterotestamentarie della misericordia
divina. Basti qui riportare il versetto: «Ed egli, pietoso, perdonava la
colpa, li perdonava invece di distruggerli. Molte volte placò la sua ira
e trattenne il suo furore, ricordando che essi sono carne, un soffio che va e
non ritorna» (Sal 78,38s).
Nella pienezza dei tempi il Figlio di Dio, venendo come l'Agnello che toglie
e porta su di sé il peccato del mondo, appare come colui che ha il potere
sia di giudicare sia di perdonare i peccati, e che è venuto non per
condannare, ma per perdonare e salvare.
Ora, questo potere di rimettere i peccati Gesù lo conferisce,
mediante lo Spirito Santo, a semplici uomini, soggetti essi stessi all'insidia
del peccato, cioè ai suoi apostoli: «Ricevete lo Spirito Santo: a
chi rimetterete i peccati, saranno rimessi, e a chi non li rimetterete,
resteranno non rimessi» (Gv 20,22; Mt 18,18). E', questa, una delle più
formidabili novità evangeliche! Egli conferisce tale potere agli apostoli
anche come trasmissibile - così lo ha inteso la Chiesa sin dai suoi primi
albori - ai loro successori, investiti dagli stessi apostoli della missione e
della responsabilità di continuare la loro opera di annunciatori del
Vangelo e di ministri dell'opera redentrice di Cristo.
Qui si rivela in tutta la sua grandezza la figura del ministro del
sacramento della penitenza, chiamato, per antichissima consuetudine, il
confessore.
Come all'altare dove celebra l'eucaristia e come in ciascuno dei sacramenti,
il sacerdote, ministro della penitenza, opera «in persona Christi». Il
Cristo, che da lui è reso presente e che per suo mezzo attua il mistero
della remissione dei peccati, è colui che appare come fratello dell'uomo,
pontefice misericordioso, fedele e compassionevole, pastore deciso a cercare la
pecora smarrita, medico che guarisce e conforta, maestro unico che insegna la
verità e indica le vie di Dio, giudice dei vivi e dei morti, che giudica
secondo la verità e non secondo le apparenze.
Questo è, senza dubbio, il più difficile e delicato, il più
faticoso ed esigente, ma anche uno dei più belli e consolanti ministeri
del sacerdote, e proprio per questo, attento anche al forte richiamo del Sinodo,
non mi stancherò mai di richiamare i miei fratelli, vescovi e presbiteri,
al suo fedele e diligente adempimento. Di fronte alla coscienza del fedele, che
a lui si apre con un misto di trepidazione e di fiducia, il confessore è
chiamato a un alto compito che è servizio alla penitenza e alla
riconciliazione umana: conoscere di quel fedele le debolezze e cadute, valutarne
il desiderio di ripresa e gli sforzi per ottenerla, discernere l'azione dello
Spirito santificatore nel suo cuore, comunicargli un perdono che solo Dio può
concedere, «celebrare» la sua riconciliazione col Padre raffigurata
nella parabola del figlio prodigo, reinserire quel peccatore riscattato nella
comunione ecclesiale con i fratelli, ammonire paternamente quel penitente con un
fermo, incoraggiante e amichevole «D'ora in poi non peccare più»
(Gv 8,11).
Per l'efficace adempimento di tale ministero, il confessore deve avere
necessariamente qualità umane di prudenza, discrezione, discernimento,
fermezza temperata da mansuetudine e bontà. Egli deve avere, altresì,
una seria e accurata preparazione, non frammentaria ma integrale e armonica,
nelle diverse branche della teologia, nella pedagogia e nella psicologia, nella
metodologia del dialogo e, soprattutto, nella conoscenza viva e comunicativa
della parola di Dio. Ma ancora più necessario è che egli viva una
vita spirituale intensa e genuina. Per condurre altri sulla via della perfezione
cristiana il ministro della penitenza deve percorrere egli stesso, per primo,
questa via e, più con gli atti che con abbondanti discorsi, dar prova di
reale esperienza dell'orazione vissuta, di pratica delle virtù
evangeliche teologali e morali, di fedele obbedienza alla volontà di Dio,
di amore alla Chiesa e di docilità al suo magistero.
Tutto questo corredo di doti umane, di virtù cristiane e di capacità
pastorali non si improvvisa né si acquista senza sforzo. Per il ministero
della penitenza sacramentale ogni sacerdote deve essere preparato già
dagli anni del seminario, insieme con lo studio della teologia dogmatica,
morale, spirituale e pastorale (che son sempre una sola teologia), con le
scienze dell'uomo, la metodologia del dialogo e, specialmente, del colloquio
pastorale. Egli dovrà poi essere avviato e sostenuto nelle prime
esperienze. Dovrà sempre curare il proprio perfezionamento e
aggiornamento con lo studio permanente. Quale tesoro di grazia, di vita vera e
di spirituale irradiazione non verrebbe alla Chiesa, se ciascun sacerdote si
mostrasse premuroso di non mancare mai, per negligenza o pretesti vari,
all'appuntamento con i fedeli al confessionale, e fosse ancor più
premuroso di non andarvi mai impreparato, o privo delle indispensabili qualità
umane e delle condizioni spirituali e pastorali!
A questo proposito non posso non evocare con devota ammirazione le figure di
straordinari apostoli del confessionale, quali san Giovanni Nepomuceno, san
Giovanni Maria Vianney, san Giuseppe Cafasso e san Leopoldo da Castelnuovo, per
parlare di quelli più noti che la Chiesa ha iscritto nell'albo dei suoi
santi. Ma io desidero rendere omaggio anche all'innumerevole schiera di
confessori santi e quasi sempre anonimi, ai quali è dovuta la salvezza di
tante anime, da loro aiutate nella conversione, nella lotta contro il peccato e
le tentazioni, nel progresso spirituale e, in definitiva, nella santificazione.
Non esito a dire che anche i grandi santi canonizzati sono generalmente usciti
da quei confessionali e, con i santi, il patrimonio spirituale della Chiesa e la
stessa fioritura di una civiltà, permeata di spirito cristiano! Onore,
dunque, a questo silenzioso esercito di nostri confratelli, che hanno ben
servito e servono ogni giorno la causa della riconciliazione mediante il
ministero della penitenza sacramentale.
Il Sacramento del perdono
30. Dalla rivelazione del valore di questo ministero e del potere di
rimettere i peccati, da Cristo conferito agli apostoli e ai loro successori, si
è sviluppata nella Chiesa la coscienza del segno del perdono, conferito
mediante il sacramento della penitenza. La certezza, cioè, che lo stesso
Signore Gesù ha istituito e affidato alla Chiesa - quale dono della sua
benignità e della sua «filantropia», da offrire a tutti - uno
speciale sacramento per la remissione dei peccati commessi dopo il battesimo.
La pratica di questo sacramento, per quanto riguarda la sua celebrazione e
la sua forma, ha conosciuto un lungo processo di sviluppo, come attestano i più
antichi sacramentari, gli atti di concili e di sinodi episcopali, la
predicazione dei padri e l'insegnamento dei dottori della Chiesa. Ma circa la
sostanza del sacramento è rimasta sempre solida e immutata nella
coscienza della Chiesa la certezza che, per volontà di Cristo, il perdono
è offerto a ciascuno per mezzo dell'assoluzione sacramentale, data dai
ministri della penitenza: è certezza riaffermata con particolare vigore
sia dal Concilio di Trento, che dal Concilio Vaticano II: «Quelli che si
accostano al sacramento della penitenza ricevono dalla misericordia di Dio il
perdono delle offese fatte a lui e, nello stesso tempo, la riconciliazione con
la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato: la Chiesa che
coopera alla loro conversione con la carità, con l'esempio e la preghiera»
(«Lumen Gentium», 11). E come dato essenziale di fede sul valore e lo
scopo della penitenza si deve riaffermare che il nostro salvatore Gesù
Cristo istituì nella sua Chiesa il sacramento della penitenza, perché
i fedeli caduti in peccato dopo il battesimo ricevessero la grazia e si
riconciliassero con Dio.
La fede della Chiesa in questo sacramento comporta alcune altre verità
fondamentali, che sono ineludibili. Il rito sacramentale della penitenza, nella
sua evoluzione e variazione di forme pratiche, ha sempre conservato e messo in
luce queste verità. Il Concilio Vaticano II, nel prescrivere la riforma
di questo rito, intendeva far sì che esso esprimesse ancor più
chiaramente tali verità, e ciò è avvenuto nel nuovo «Rito
della penitenza». Questo, infatti, ha assunto nella sua integrità la
dottrina della tradizione raccolta dal Concilio Tridentino, trasferendola dal
suo particolare contesto storico (quello di un deciso sforzo di chiarimento
dottrinale di fronte alle gravi deviazioni dal genuino insegnamento della
Chiesa) per tradurla fedelmente in termini più aderenti al contesto del
nostro tempo.
Alcune convinzioni fondamentali
31. Le menzionate verità, ribadite con forza e chiarezza dal Sinodo e
presenti nelle «Propositiones», possono riassumersi nelle seguenti
convinzioni di fede, intorno alle quali si raccolgono tutte le altre
affermazioni della dottrina cattolica sul sacramento della penitenza.
I. La prima convinzione è che, per un cristiano, il sacramento della
penitenza è la via ordinaria per ottenere il perdono e la remissione dei
suoi peccati gravi commessi dopo il battesimo. Certo, il Salvatore e la sua
azione salvifica non sono così legati ad un segno sacramentale, da non
potere in qualsiasi tempo e settore della storia della salvezza operare al di
fuori e al di sopra dei sacramenti. Ma alla scuola della fede noi apprendiamo
che il medesimo Salvatore ha voluto e disposto che gli umili e preziosi
sacramenti della fede siano ordinariamente i mezzi efficaci, per i quali passa e
opera la sua potenza redentrice. Sarebbe dunque insensato, oltreché
presuntuoso, voler prescindere arbitrariamente dagli strumenti di grazia e di
salvezza che il Signore ha disposto e, nel caso specifico, pretendere di
ricevere il perdono facendo a meno del sacramento, istituito da Cristo proprio
per il perdono. Il rinnovamento dei riti, attuato dopo il Concilio, non
autorizza alcuna illusione e alterazione in questa direzione. Esso doveva e deve
servire, secondo l'intenzione della Chiesa, a suscitare in ciascuno di noi un
nuovo slancio verso il rinnovamento del nostro atteggiamento interiore, cioè
verso una comprensione più profonda della natura del sacramento della
penitenza; verso un'accoglienza di esso più nutrita di fede, non ansiosa
ma fiduciosa; verso una maggiore frequenza del sacramento, che si riconosce
tutto pervaso dall'amore misericordioso del Signore.
II. La seconda convinzione riguarda la funzione del sacramento della
penitenza per colui che vi ricorre. Esso è, secondo la più antica
tradizionale concezione, una specie di azione giudiziaria; ma questa si svolge
presso un tribunale di misericordia, più che di stretta e rigorosa
giustizia, il quale non è paragonabile che per analogia ai tribunali
umani, cioè in quanto il peccatore vi svela i suoi peccati e la sua
condizione di creatura soggetta al peccato; si impegna a rinunciare e a
combattere il peccato; accetta la pena (penitenza sacramentale) che il
confessore gli impone e ne riceve l'assoluzione. Ma, riflettendo sulla funzione
di questo sacramento, la coscienza della Chiesa vi scorge, oltre il carattere di
giudizio nel senso accennato, un carattere terapeutico o medicinale. E questo si
ricollega al fatto che è frequente nel Vangelo la presentazione di Cristo
come medico, mentre la sua opera redentrice viene spesso chiamata, sin
dall'antichità cristiana, «medicina salutis». «Io voglio
curare, non accusare», diceva sant'Agostino riferendosi all'esercizio della
pastorale penitenziale, ed è grazie alla medicina della confessione che
l'esperienza del peccato non degenera in disperazione. Il «Rito della
penitenza» allude a questo aspetto medicinale del sacramento, al quale
l'uomo contemporaneo è forse più sensibile, vedendo nel peccato, sì,
ciò che comporta di errore, ma ancor più ciò che dimostra
in ordine alla debolezza e infermità umana. Tribunale di misericordia o
luogo di guarigione spirituale, sotto entrambi gli aspetti, il sacramento esige
una conoscenza dell'intimo del peccatore, per poterlo giudicare edassolvere, per
curarlo e guarirlo. E proprio per questo esso implica, da parte del penitente,
l'accusa sincera e completa dei peccati, che ha pertanto una ragion d'essere non
solo ispirata da fini ascetici (quale esercizio di umiltà e di
mortificazione), ma inerente alla natura stessa del sacramento.
III. La terza convinzione, che tengo ad accentuare, riguarda le realtà
o parti, che compongono il segno sacramentale del perdono e della
riconciliazione. Alcune di queste realtà sono atti del penitente, di
diversa importanza, ciascuno però indispensabile o alla validità,
o all'integrità, o alla fruttuosità del segno. Una condizione
indispensabile è, innanzitutto, la rettitudine e la limpidezza della
coscienza del penitente. Un uomo non si avvia ad una vera e genuina penitenza,
finché non scorge che il peccato contrasta con la norma etica, iscritta
nell'intimo del proprio essere; finché non riconosce di aver fatto
l'esperienza personale e responsabile di un tale contrasto; finché non
dice non soltanto «il peccato c'è», ma «io ho peccato»;
finché non ammette che il peccato ha introdotto nella sua coscienza una
divisione, che pervade poi tutto il suo essere e lo separa da Dio e dai
fratelli. Il segno sacramentale di questa limpidezza della coscienza è
l'atto tradizionalmente chiamato esame di coscienza, atto che deve esser sempre
non già un'ansiosa introspezione psicologica, ma il confronto sincero e
sereno con la legge morale interiore, con le norme evangeliche proposte dalla
Chiesa, con lo stesso Cristo Gesù, che è per noi maestro e modello
di vita, e col Padre celeste, che ci chiama al bene e alla perfezione.
Ma l'atto essenziale della penitenza, da parte del penitente, è la
contrizione, ossia un chiaro e deciso ripudio del peccato commesso insieme col
proposito di non tornare a commetterlo, per l'amore che si porta a Dio e che
rinasce col pentimento. Così intesa, la contrizione è, dunque, il
principio e l'anima della conversione, di quella «metanoia» evangelica
che riporta l'uomo a Dio come il figlio prodigo che ritorna al padre, e che ha
nel sacramento della penitenza il suo segno visibile, perfezionativo della
stessa attrizione. Perciò, «da questa contrizione del cuore dipende
la verità della penitenza» («Ordo Paenitentiae», 6c).
Rimandando a tutto quanto la Chiesa, ispirata dalla parola di Dio, insegna
circa la contrizione, mi preme qui sottolineare un solo aspetto di tale
dottrina, che va meglio conosciuto e tenuto presente. Non di rado si considerano
la conversione e la contrizione sotto il profilo delle innegabili esigenze, che
esse comportano, e della mortificazione che esse impongono in vista di un
radicale cambiamento di vita. Ma è bene ricordare e rilevare che
contrizione e conversione sono ancor più un avvicinamento alla santità
di Dio, un ritrovare la propria verità interiore, turbata e sconvolta dal
peccato, un liberarsi nel più profondo di se stessi e, per questo, un
riacquistare la gioia perduta, la gioia di essere salvati, che la maggioranza
degli uomini del nostro tempo non sa più gustare.
Si comprende, perciò, come fin dai primi tempi cristiani, in
collegamento con gli apostoli e con Cristo, la Chiesa abbia incluso nel segno
sacramentale della penitenza l'accusa dei peccati. Questa appare così
rilevante, che da secoli il nome usuale del sacramento è stato ed è
tuttora quello di confessione. Accusare i propri peccati è, anzitutto,
richiesto dalla necessità che il peccatore sia conosciuto da colui che
nel sacramento esercita il ruolo di giudice, il quale deve valutare sia la
gravità dei peccati, sia il pentimento del penitente, e insieme il ruolo
di medico, il quale deve conoscere lo stato dell'infermo per curarlo e guarirlo.
Ma la confessione individuale ha anche il valore di segno: segno dell'incontro
del peccatore con la mediazione ecclesiale nella persona del ministro; segno del
suo scoprirsi al cospetto di Dio e della Chiesa come peccatore, del suo
chiarirsi a se stesso sotto lo sguardo di Dio. L'accusa dei peccati, dunque, non
è riducibile ad un qualsiasi tentativo di autoliberazione psicologica,
anche se corrisponde a quel legittimo e naturale bisogno di aprirsi a qualcuno,
che è insito nel cuore umano: è un gesto liturgico, solenne nella
sua drammaticità, umile e sobrio nella grandezza del suo significato. E'
il gesto del figlio prodigo, che ritorna al Padre ed è accolto da lui col
bacio della pace; gesto di lealtà e di coraggio; gesto di affidamento di
se stessi, al di là del peccato, alla misericordia che perdona. Si
capisce allora perché l'accusa dei peccati deve essere ordinariamente
individuale e non collettiva, come il peccato è un fatto profondamente
personale. Nello stesso tempo, però, questa accusa strappa in certo modo
il peccato dal segreto del cuore e, quindi, dall'ambito della pura individualità,
mettendo in risalto anche il suo carattere sociale, perché mediante il
ministro della penitenza è la comunità ecclesiale, lesa dal
peccato, che accoglie di nuovo il peccatore pentito e perdonato.
L'altro momento essenziale del sacramento della penitenza compete questa
volta al confessore giudice e medico, immagine di Dio Padre che accoglie e
perdona colui che ritorna: è l'assoluzione. Le parole che la esprimono e
i gesti che la accompagnano nell'antico e nel nuovo «Rito della penitenza»
rivestono una significativa semplicità nella loro grandezza. La formula
sacramentale: «Io ti assolvo...», l'imposizione della mano e il segno
della croce, tracciato sul penitente, manifestano che in quel momento il
peccatore contrito e convertito entra in contatto con la potenza e la
misericordia di Dio. E' il momento nel quale, in risposta al penitente, la
Trinità si fa presente per cancellare il suo peccato e restituirgli
l'innocenza, e la forza salvifica della passione, morte e risurrezione di Gesù
è comunicata al medesimo penitente, quale «misericordia più
forte della colpa e dell'offesa», come ebbi a definirla nell'enciclica «Dives
in Misericordia». Dio è sempre il principale offeso dal peccato - «tibi
soli peccavi!» -, e solo Dio può perdonare. Perciò,
l'assoluzione che il sacerdote, ministro del perdono, benché egli stesso
peccatore, concede al penitente, è il segno efficace dell'intervento del
Padre in ogni assoluzione e della «risurrezione» dalla «morte
spirituale», che si rinnova ogni volta che si attua il sacramento della
penitenza. Soltanto la fede può assicurare che in quel momento ogni
peccato è rimesso e cancellato per il misterioso intervento del
Salvatore.
La soddisfazione è l'atto finale, che corona il segno sacramentale
della penitenza. In alcuni paesi ciò che il penitente perdonato e assolto
accetta di compiere dopo aver ricevuto l'assoluzione, si chiama appunto
penitenza. Qual è il significato di questa soddisfazione che si presta, o
di questa penitenza che si compie? Non è certo il prezzo che si paga per
il peccato assolto e per il perdono acquistato: nessun prezzo umano può
equivalere a ciò che si è ottenuto, frutto del preziosissimo
sangue di Cristo. Le opere della soddisfazione - che, pur conservando un
carattere di semplicità e umiltà, dovrebbero essere rese più
espressive di tutto ciò che significano - vogliono dire alcune cose
preziose: esse sono il segno dell'impegno personale che il cristiano ha assunto
con Dio, nel sacramento, di cominciare un'esistenza nuova (e perciò non
dovrebbero ridursi soltanto ad alcune formule da recitare, ma consistere in
opere di culto, di carità, di misericordia, di riparazione); includono
l'idea che il peccatore perdonato è capace di unire la sua propria
mortificazione fisica e spirituale, ricercata o almeno accettata, alla passione
di Gesù che gli ha ottenuto il perdono; ricordano che anche dopo
l'assoluzione rimane nel cristiano una zona d'ombra, dovuta alle ferite del
peccato, all'imperfezione dell'amore nel pentimento, all'indebolimento delle
facoltà spirituali, in cui opera ancora un focolaio infettivo di peccato,
che bisogna sempre combattere con la mortificazione e la penitenza. Tale è
il significato dell'umile, ma sincera soddisfazione.
IV. Resta da fare un breve accenno ad altre importanti convinzioni circa il
sacramento della penitenza. Anzitutto, bisogna ribadire che nulla è più
personale e intimo di questo sacramento, nel quale il peccatore si trova al
cospetto di Dio, solo con la sua colpa, il suo pentimento e la sua fiducia.
Nessuno può pentirsi al suo posto o può chiedere perdono in suo
nome. C'è una certa solitudine del peccatore nella sua colpa, che si può
vedere drammaticamente rappresentata in Caino col peccato «accovacciato
alla sua porta», come dice tanto efficacemente il libro della Genesi, e col
particolare segno, inciso sulla sua fronte; o in Davide, rimproverato dal
profeta Natan; o nel figlio prodigo, quando prende coscienza della condizione, a
cui si è ridotto per la lontananza dal padre, e decide di tornare a lui:
tutto ha luogo soltanto fra l'uomo e Dio. Ma, nello stesso tempo, è
innegabile la dimensione sociale di questo sacramento, nel quale è
l'intera Chiesa - quella militante, quella purgante e quella gloriosa del cielo
- che interviene in soccorso del penitente e lo accoglie di nuovo nel suo
grembo, tanto più che tutta la Chiesa era stata offesa e ferita dal suo
peccato. Il sacerdote, ministro della penitenza, appare in forza del suo ufficio
sacro come testimone e rappresentante di tale ecclesialità. Sono due
aspetti complementari del sacramento l'individualità e l'ecclesialità,
che la progressiva riforma del rito della penitenza, specialmente quella dell'«Ordo
paenitentiae» promulgata da Paolo VI, ha cercato di mettere in risalto e di
rendere più significativi nella sua celebrazione.
V. E' da sottolineare, poi, che il frutto più prezioso del perdono
ottenuto nel sacramento della penitenza consiste nella riconciliazione con Dio,
la quale avviene nel segreto del cuore del figlio prodigo e ritrovato, che è
ciascun penitente. Ma bisogna aggiungere che tale riconciliazione con Dio ha
come conseguenza, per così dire, altre riconciliazioni, che rimediano ad
altrettante rotture, causate dal peccato: il penitente perdonato si riconcilia
con se stesso nel fondo più intimo del proprio essere, in cui ricupera la
propria verità interiore; si riconcilia con i fratelli, da lui in qualche
modo aggrediti e lesi; si riconcilia con la Chiesa; si riconcilia con tutto il
creato. Da questa consapevolezza nasce nel penitente, al termine della
celebrazione, il senso della gratitudine a Dio per il dono della misericordia
ottenuta, a cui lo invita la Chiesa. Ogni confessionale è uno spazio
privilegiato e benedetto, dal quale, cancellate le divisioni, nasce nuovo e
incontaminato un uomo riconciliato - un mondo riconciliato!
VI. Infine, mi sta particolarmente a cuore fare un'ultima considerazione,
che riguarda tutti noi sacerdoti, che siamo i ministri del sacramento della
penitenza, ma ne siamo pure - e dobbiamo esserne - i beneficiari. La vita
spirituale e pastorale del sacerdote, come quella dei suoi fratelli laici e
religiosi, dipende, per la sua qualità e il suo fervore, dall'assidua e
coscienziosa pratica personale del sacramento della penitenza. La celebrazione
dell'eucaristia e il ministero degli altri sacramenti, lo zelo pastorale, il
rapporto con i fedeli, la comunione con i confratelli, la collaborazione col
vescovo, la vita di preghiera, in una parola tutta l'esistenza sacerdotale
subisce un inesorabile scadimento, se viene a mancarle, per negligenza o per
qualsiasi altro motivo, il ricorso, periodico e ispirato da autentica fede e
devozione, al sacramento della penitenza. In un prete che non si confessasse più
o si confessasse male, il suo essere prete e il suo fare il prete ne
risentirebbero molto presto, e se ne accorgerebbe anche la comunità, di
cui egli è pastore.
Ma aggiungo pure che, persino per essere un buono ed efficace ministro della
penitenza, il sacerdote ha bisogno di ricorrere alla sorgente di grazia e santità
presente in questo sacramento. Noi sacerdoti, in base alla nostra personale
esperienza, possiamo ben dire che, nella misura in cui siamo attenti a ricorrere
al sacramento della penitenza e ci accostiamo ad esso con frequenza e con buone
disposizioni, adempiamo meglio il nostro stesso ministero di confessori e ne
assicuriamo il beneficio ai penitenti. Perderebbe, invece, molto della sua
efficacia questo ministero, se in qualche modo tralasciassimo di essere buoni
penitenti. Tale è la logica interna di questo grande sacramento. Esso
invita noi tutti, sacerdoti di Cristo, a una rinnovata attenzione alla nostra
confessione personale.
A sua volta, l'esperienza diventa e deve diventare oggi uno stimolo
all'esercizio diligente, regolare, paziente, fervoroso del sacro ministero della
penitenza, al quale siamo impegnati in forza del nostro sacerdozio e della
nostra vocazione ad essere pastori e servitori dei nostri fratelli. Anche con la
presente esortazione rivolgo, dunque, un insistente invito a tutti i sacerdoti
del mondo, specialmente ai miei confratelli nell'episcopato e ai parroci, perché
favoriscano con tutte le forze la frequenza dei fedeli a questo sacramento, e
mettano in opera tutti i mezzi possibili e convenienti, tentino tutte le vie per
far pervenire al maggior numero di nostri fratelli la «grazia che a noi è
stata data» mediante la penitenza per la riconciliazione di ogni anima e di
tutto il mondo con Dio, in Cristo.
Le forme della celebrazione
32. Seguendo le indicazioni del Concilio Vaticano II, l'«Ordo
paenitentiae» ha predisposto tre riti che, salvi sempre gli elementi
essenziali, permettono di adattare la celebrazione del sacramento della
penitenza a determinate circostanze pastorali. La prima forma - riconciliazione
dei singoli penitenti - costituisce l'unico modo normale e ordinario della
celebrazione sacramentale, e non può né deve essere lasciata
cadere in disuso o essere trascurata. La seconda - riconciliazione di più
penitenti con confessione e assoluzione individuale -, anche se negli atti
preparatori permette di sottolineare di più gli aspetti comunitari del
sacramento, raggiunge la prima forma nell'atto sacramentale culminante, che è
la confessione e l'assoluzione individuale dei peccati, e perciò può
essere equiparata alla prima forma per quanto riguarda la normalità del
rito. La terza, invece - riconciliazione di più penitenti con la
confessione e l'assoluzione generale - riveste un carattere di eccezionalità,
e non è, quindi, lasciata alla libera scelta, ma è regolata da
un'apposita disciplina.
La prima forma consente la valorizzazione degli aspetti più
propriamente personali - ed essenziali - che son compresi nell'itinerario
penitenziale. Il dialogo tra penitente e confessore, l'insieme stesso degli
elementi utilizzati (i testi biblici, la scelta delle forme di «soddisfazione»,
ecc.) sono elementi che rendono la celebrazione sacramentale più
rispondente alla concreta situazione del penitente. Si scopre il valore di tali
elementi, quando si pensa alle diverse ragioni che portano un cristiano alla
penitenza sacramentale: un bisogno di personale riconciliazione e riammissione
all'amicizia con Dio, riacquistando la grazia perduta a causa del peccato; un
bisogno di verifica del cammino spirituale e, a volte, di un più puntuale
discernimento vocazionale; tante altre volte un bisogno e un desiderio di uscire
da uno stato di apatia spirituale e di crisi religiosa. Grazie, poi, alla sua
indole individuale la prima forma di celebrazione permette di associare il
sacramento della penitenza a qualcosa di diverso, ma ben conciliabile con esso:
mi riferisco alla direzione spirituale. E' certo, dunque, che la decisione e
l'impegno personali sono chiaramente significati e promossi in questa prima
forma.
La seconda forma di celebrazione, proprio per il suo carattere comunitario e
per la modalità che la distingue, dà risalto ad alcuni aspetti di
grande importanza: la parola di Dio ascoltata in comune ha un singolare effetto
rispetto alla sua lettura individuale, e sottolinea meglio il carattere
ecclesiale della conversione e della riconciliazione. Essa risulta
particolarmente significativa nei diversi tempi dell'anno liturgico e in
connessione con avvenimenti di speciale rilevanza pastorale. Basti qui solo
accennare che per tale celebrazione è opportuna la presenza di un numero
sufficiente di confessori.
E' naturale, pertanto, che i criteri per stabilire a quale delle due forme
di celebrazione si debba ricorrere vengano dettati non da motivazioni
congiunturali e soggettive, ma dalla volontà di ottenere il vero bene
spirituale dei fedeli, in obbedienza alla disciplina penitenziale della Chiesa.
Sarà bene anche ricordare che, per un equilibrato orientamento
spirituale e pastorale in merito, è necessario continuare ad attribuire
grande valore ed educare i fedeli al ricorso al sacramento della penitenza anche
solo per i peccati veniali, come attestano una tradizione dottrinale e una
prassi ormai secolari.
Pur sapendo e insegnando che i peccati veniali vengono perdonati anche in
altri modi - si pensi agli atti di dolore, alle opere di carità, alla
preghiera, ai riti penitenziali -, la Chiesa non cessa di ricordare a tutti la
singolare ricchezza del momento sacramentale anche in riferimento a tali
peccati. Il ricorso frequente al sacramento - a cui sono tenute alcune categorie
di fedeli - rafforza la consapevolezza che anche i peccati minori offendono Dio
e feriscono la Chiesa, corpo di Cristo, e la sua celebrazione diventa per loro «l'occasione
e lo stimolo a conformarsi più intimamente a Cristo e a rendersi più
docili alla voce dello Spirito» («Ordo Paenitentiae», 7b).
Soprattutto è da sottolineare il fatto che la grazia propria della
celebrazione sacramentale ha una grande virtù terapeutica e contribuisce
a togliere le radici stesse del peccato.
La cura dell'aspetto celebrativo, con particolare riferimento all'importanza
della parola di Dio, letta, richiamata e spiegata, quando sia possibile e
opportuno, ai fedeli e con i fedeli, contribuirà a vivificare la pratica
del sacramento e a impedire che scada in qualcosa di formalistico e
abitudinario. Il penitente sarà piuttosto aiutato a scoprire che sta
vivendo un evento di salvezza, capace di infondere un nuovo slancio di vita e
una vera pace nel cuore. Questa cura per la celebrazione porterà, fra
l'altro, a fissare nelle singole Chiese dei tempi appositi per la celebrazione
del sacramento, e a educare i fedeli, specialmente i fanciulli e i giovani, ad
attenervisi in via ordinaria, salvo i casi di necessità, nei quali il
pastore d'anime dovrà sempre dimostrarsi pronto ad accogliere volentieri
chi ricorre a lui.
La celebrazione del sacramento con assoluzione generale
33. Nel nuovo ordinamento liturgico e, più recentemente, nel nuovo
Codice di diritto canonico («Codex Iuris Canonici», can. 961-963), si
precisano le condizioni che legittimano il ricorso al «rito della
riconciliazione di più penitenti con la confessione e l'assoluzione
generale». Le norme e gli ordinamenti dati su questo punto, frutto di
matura ed equilibrata considerazione, devono essere accolti e applicati evitando
ogni tipo di interpretazione arbitraria.
E' opportuno riflettere in maniera più approfondita sulle
motivazioni, che impongono la celebrazione della penitenza in una delle prime
due forme e consentono il ricorso alla terza forma. Vi è, anzitutto, una
motivazione di fedeltà alla volontà del Signore Gesù,
trasmessa dalla dottrina della Chiesa, e di obbedienza, altresì, alle
leggi della Chiesa; il Sinodo ha ribadito in una delle sue «Propositiones»
l'immutato insegnamento, che la Chiesa ha attinto alla più antica
tradizione, e la legge, con cui essa ha codificato l'antica prassi penitenziale:
la confessione individuale e integra dei peccati con l'assoluzione egualmente
individuale costituisce l'unico modo ordinario, con cui il fedele, consapevole
di peccato grave, è riconciliato con Dio e con la Chiesa. Da questa
riconferma dell'insegnamento della Chiesa risulta chiaramente che ogni peccato
grave deve essere sempre dichiarato, con le sue circostanze determinanti, in una
confessione individuale.
Vi è, poi, una motivazione di ordine pastorale. Se è vero che,
ricorrendo le condizioni richieste dalla disciplina canonica, si può fare
uso della terza forma di celebrazione, non si deve però dimenticare che
questa non può diventare una forma ordinaria, e che non può e non
deve essere adoperata - lo ha ripetuto il Sinodo - se non «in casi di grave
necessità», fermo restando l'obbligo di confessare individualmente i
peccati gravi prima di ricorrere di nuovo a un'altra assoluzione generale. Il
vescovo, pertanto, al quale soltanto spetta, nell'ambito della sua diocesi, di
valutare se esistano in concreto le condizioni che la legge canonica stabilisce
per l'uso della terza forma, darà questo giudizio con grave onere della
sua coscienza, nel pieno rispetto della legge e della prassi della Chiesa, e
tenendo conto, altresì, dei criteri e degli orientamenti concordati -
sulla base delle considerazioni dottrinali e pastorali sopra esposte - con gli
altri membri della conferenza episcopale. Parimenti, sarà sempre
un'autentica preoccupazione pastorale a porre e garantire le condizioni che
rendono il ricorso alla terza forma capace di dare quei frutti spirituali, per i
quali essa è prevista. Né l'uso eccezionale della terza forma di
celebrazione dovrà mai condurre ad una minore considerazione, tanto meno
all'abbandono, delle forme ordinarie, né a ritenere tale forma come
alternativa delle altre due: non è, infatti, lasciato alla libertà
dei pastori e dei fedeli di scegliere fra le menzionate forme di celebrazione
quella ritenuta più opportuna. Ai pastori rimane l'obbligo di facilitare
ai fedeli la pratica della confessione integra e individuale dei peccati, che
costituisce per essi non solo un dovere, ma anche un diritto inviolabile e
inalienabile, oltre che un bisogno dell'anima. Per i fedeli l'uso della terza
forma di celebrazione comporta l'obbligo di attenersi a tutte le norme che ne
regolano l'esercizio, compresa quella di non ricorrere di nuovo all'assoluzione
generale prima di una regolare confessione integra e individuale dei peccati,
che deve essere fatta non appena possibile. Di questa norma e dell'obbligo di
osservarla i fedeli devono essere avvertiti e istruiti dal sacerdote prima
dell'assoluzione.
Con questo richiamo alla dottrina e alla legge della Chiesa intendo
inculcare in tutti il vivo senso di responsabilità, che deve guidarci nel
trattare le cose sacre, le quali non sono di nostra proprietà, come i
sacramenti, o hanno diritto a non essere lasciate nell'incertezza e nella
confusione, come le coscienze. Cose sacre - ripeto - sono le une e le altre - i
sacramenti e le coscienze -, ed esigono da parte nostra di essere servite nella
verità.
Questa è la ragione della legge della Chiesa.
Alcuni casi più delicati
34. Ritengo di dover fare a questo punto un accenno, sia pur brevissimo, a
un caso pastorale che il Sinodo ha voluto trattare - per quanto gli era
possibile farlo -, contemplandolo anche in una delle «Propositiones».
Mi riferisco a certe situazioni, oggi non infrequenti, in cui vengono a trovarsi
cristiani desiderosi di continuare la pratica religiosa sacramentale, ma che ne
sono impediti dalla condizione personale in contrasto con gli impegni
liberamente assunti davanti a Dio e alla Chiesa. Sono situazioni che appaiono
particolarmente delicate e quasi inestricabili.
Non pochi interventi nel corso del Sinodo, esprimendo il pensiero generale
dei padri, hanno messo in luce la coesistenza e il mutuo influsso di due
principi, egualmente importanti, in merito a questi casi. Il primo è il
principio della compassione e della misericordia, secondo il quale la Chiesa,
continuatrice nella storia della presenza e dell'opera di Cristo, non volendo la
morte del peccatore ma che si converta e viva, attenta a non spezzare la canna
incrinata e a non spegnere il lucignolo che fumiga ancora, cerca sempre di
offrire, per quanto le è possibile, la via del ritorno a Dio e della
riconciliazione con lui. L'altro è il principio della verità e
della coerenza, per cui la Chiesa non accetta di chiamare bene il male e male il
bene. Basandosi su questi due principi complementari, la Chiesa non può
che invitare i suoi figli, i quali si trovano in quelle situazioni dolorose, ad
avvicinarsi alla misericordia divina per altre vie, non però per quella
dei sacramenti della penitenza e dell'eucaristia, finché non abbiano
raggiunto le disposizioni richieste.
Circa questa materia, che affligge profondamente anche il nostro cuore di
pastori, è sembrato mio preciso dovere dire parole chiare
nell'esortazione apostolica «Familiaris Consortio», per quanto
riguarda il caso di divorziati risposati, o comunque di cristiani che convivono
irregolarmente.
Al tempo stesso, sento il vivo dovere di esortare, insieme col Sinodo, le
comunità ecclesiali e, soprattutto, i vescovi a portare ogni aiuto
possibile ai sacerdoti, che, venendo meno ai gravi impegni assunti
nell'ordinazione si trovano in situazioni irregolari. Nessuno di questi fratelli
deve sentirsi abbandonato dalla Chiesa. Per tutti coloro che non si trovano
attualmente nelle condizioni oggettive richieste dal sacramento della penitenza,
le dimostrazioni di materna bontà da parte della Chiesa, il sostegno di
atti di pietà diversi da quelli sacramentali, lo sforzo sincero di
mantenersi in contatto col Signore, la partecipazione alla santa messa, la
ripetizione frequente di atti di fede, di speranza, di carità, di dolore
il più possibile perfetti, potranno preparare il cammino per una piena
riconciliazione nell'ora che solo la Provvidenza conosce.
AUSPICIO CONCLUSIVO
35. Al termine di questo documento, sento echeggiare in me e desidero
ripetere a voi tutti l'esortazione che il primo vescovo di Roma, in un'ora
critica degli albori della Chiesa, volle indirizzare «ai fedeli nella
diaspora (...), eletti secondo la prescienza di Dio Padre: siate tutti concordi,
partecipi delle gioia e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno,
misericordiosi, umili». L'apostolo raccomandava: «Siate tutti
concordi...»; ma subito proseguiva col segnalare i peccati contro la
concordia e la pace, che bisogna evitare: «Non rendete male per male, né
ingiuria per ingiuria, ma, al contrario, rispondete benedicendo, poiché a
questo siete stati chiamati per avere in eredità la benedizione». E
concludeva con una parola di incoraggiamento e di speranza: «Chi vi potrà
fare del male, se sarete ferventi nel bene?».
Oso riallacciare la mia esortazione, in un'ora non meno critica della
storia, a quella del principe degli apostoli, che per primo sedette su questa
cattedra romana, come testimone di Cristo e pastore della Chiesa, e qui «presiedette
alla carità» di fronte al mondo intero. Anch'io, in comunione con i
vescovi successori degli apostoli, e confortato dalla riflessione collegiale che
molti di essi, riuniti nel Sinodo, hanno dedicato ai temi e problemi della
riconciliazione, ho voluto comunicarvi con lo stesso spirito del pescatore di
Galilea quanto egli diceva ai nostri fratelli di fede, lontani nel tempo e così
uniti nel cuore: «Siate tutti concordi (...), non rendete male per male
(...), siate ferventi nel bene». E aggiungeva: «E' meglio infatti, se
così vuole Dio, soffrire operando il bene piuttosto che fare il male»
(1Pt 3,17). Questa consegna è tutta pervasa da parole, che Pietro aveva
ascoltato dallo stesso Gesù, e da concetti che facevano parte della sua «lieta
novella»: il nuovo comandamento dell'amore vicendevole; l'anelito e
l'impegno all'unità; le beatitudini della misericordia e della pazienza
nella persecuzione per la giustizia; il ripagare il male col bene; il perdono
delle offese; l'amore ai nemici. In tali parole e concetti è la sintesi
originale e trascendente dell'etica cristiana o, meglio e più
profondamente, della spiritualità dell'alleanza nuova in Gesù
Cristo.
Affido al Padre, ricco di misericordia, affido al Figlio di Dio, fatto uomo
come nostro redentore e riconciliatore, affido allo Spirito Santo, sorgente di
unità e di pace, questo mio appello di padre e di pastore alla penitenza
e alla riconciliazione. Voglia la Trinità santissima e adorabile far
germinare nella Chiesa e nel mondo il piccolo seme, che in quest'ora consegno
alla terra generosa di tanti cuori umani.
Perché ne provengano in un giorno non lontano copiosi frutti, vi
invito tutti a rivolgervi con me al cuore di Cristo, segno eloquente della
divina misericordia, «propiziazione per i nostri peccati», «nostra
pace e riconciliazione», per attingervi la spinta interiore verso la
detestazione del peccato e la conversione a Dio, e trovarvi la benignità
divina che risponde amorosamente al pentimento umano.
Vi invito pure a rivolgervi con me al cuore immacolato di Maria, madre di
Gesù, nella quale «si è operata la riconciliazione di Dio con
l'umanità (...), si è compiuta l'opera della riconciliazione,
perché ella ha ricevuto da Dio la pienezza della grazia in virtù
del sacrificio redentore di Cristo». In verità, Maria è
diventata «l'alleata di Dio», in virtù della sua maternità
divina, nell'opera della riconciliazione.
Alle mani di questa Madre, il cui «fiat» segnò l'inizio di
quella «pienezza dei tempi», nella quale fu attuata da Cristo la
riconciliazione dell'uomo con Dio, e al suo cuore immacolato - al quale abbiamo
ripetutamente affidato l'intera umanità, turbata dal peccato e straziata
da tante tensioni e conflitti - affido ora in special modo questa intenzione:
che, per la sua intercessione, l'umanità stessa scopra e percorra la via
della penitenza, l'unica che potrà condurla alla piena riconciliazione.
A tutti voi, che con spirito di ecclesiale comunione nell'obbedienza e nella
fede, vorrete accogliere le indicazioni, i suggerimenti e le direttive contenute
in questo documento, studiandovi di tradurle in vitale prassi pastorale, imparto
ben volentieri la confortatrice benedizione apostolica.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 2 dicembre, I domenica di avvento,
dell'anno 1984, settimo del mio Pontificato.
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Vaticana
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