Signori Cardinali,
venerati Confratelli,
illustri Signori e Signore!
Innanzitutto vorrei esprimere la mia gioia e gratitudine per il fatto che, con
la consegna del suo premio teologico, la Fondazione che porta il mio nome dia
pubblico riconoscimento all’opera condotta nell’arco di un’intera vita da due
grandi teologi, e ad un teologo della generazione più giovane dia un segno di
incoraggiamento per progredire sul cammino intrapreso. Con il Professor
González de Cardedal mi lega un cammino comune di molti decenni. Entrambi
abbiamo iniziato con san Bonaventura e da lui ci siamo lasciati indicare la
direzione. In una lunga vita di studioso, il Professor Gonzalez ha trattato
tutti i grandi temi della teologia, e ciò non semplicemente riflettendone o
parlandone a tavolino, bensì sempre confrontato al dramma del nostro tempo,
vivendo e anche soffrendo in modo del tutto personale le grandi questioni della
fede e con ciò le questioni dell’uomo d’oggi. In tal modo, la parola della fede
non è una cosa del passato; nelle sue opere diventa veramente a noi
contemporanea. Il Professor Simonetti ci ha aperto in modo nuovo il mondo
dei Padri. Proprio mostrandoci, dal punto di vista storico, con precisione e
cura ciò che dicono i Padri, essi diventano persone a noi contemporanee, che
parlano con noi. Il Padre Maximilian Heim è stato recentemente eletto
Abate del monastero di Heiligenkreuz presso Vienna – un monastero ricco di
tradizione – assumendo con ciò il compito di rendere attuale una grande storia e
di condurla verso il futuro. In questo, spero che il lavoro sulla mia teologia,
che egli ci ha donato, possa essergli utile e che l’Abbazia di Heiligenkreuz
possa, in questo nostro tempo, sviluppare ulteriormente la teologia monastica,
che sempre ha accompagnato quella universitaria, formando con essa l’insieme
della teologia occidentale.
Non è, però, mio compito tenere qui una laudatio dei premiati, che è già
stata fatta in maniera competente dal Cardinale Ruini. Forse però la consegna
del premio può offrire l’occasione di dedicarci per un momento alla questione
fondamentale di che cosa sia veramente “teologia”. La teologia è scienza della
fede, ci dice la tradizione. Ma qui sorge subito la domanda: è davvero possibile
questo? O non è in sé una contraddizione? Scienza non è forse il contrario di
fede? Non cessa la fede di essere fede, quando diventa scienza? E non cessa la
scienza di essere scienza quando è ordinata o addirittura subordinata alla fede?
Tali questioni, che già per la teologia medievale rappresentavano un serio
problema, con il moderno concetto di scienza sono diventate ancora più
impellenti, a prima vista addirittura senza soluzione. Si comprende così perché,
nell’età moderna, la teologia in vasti ambiti si sia ritirata primariamente nel
campo della storia, al fine di dimostrare qui la sua seria scientificità.
Bisogna riconoscere, con gratitudine, che con ciò sono state realizzate opere
grandiose, e il messaggio cristiano ha ricevuto nuova luce, capace di renderne
visibile l’intima ricchezza. Tuttavia, se la teologia si ritira totalmente nel
passato, lascia oggi la fede nel buio. In una seconda fase ci si è poi
concentrati sulla prassi, per mostrare come la teologia, in collegamento con la
psicologia e la sociologia, sia una scienza utile che dona indicazioni concrete
per la vita. Anche questo è importante, ma se il fondamento della teologia, la
fede, non diviene contemporaneamente oggetto del pensiero, se la prassi sarebbe
riferita solo a se stessa, oppure vive unicamente dei prestiti delle scienze
umane, allora la prassi diventa vuota e priva di fondamento.
Queste vie, quindi, non sono sufficienti. Per quanto siano utili ed importanti,
esse diventerebbero sotterfugi, se restasse senza risposta la vera domanda. Essa
suona: è vero ciò in cui crediamo oppure no? Nella teologia è in gioco la
questione circa la verità; essa è il suo fondamento ultimo ed essenziale.
Un’espressione di Tertulliano può qui farci fare un passo avanti; egli scrive
che Cristo non ha detto: Io sono la consuetudine, ma: Io sono la verità – non
consuetudo sed veritas (Virg. 1,1). Christian Gnilka ha mostrato che
il concetto consuetudo può significare le religioni pagane che, secondo
la loro natura, non erano fede, ma erano “consuetudine”: si fa ciò che si è
fatto sempre; si osservano le tradizionali forme cultuali e si spera di rimanere
così nel giusto rapporto con l’ambito misterioso del divino. L’aspetto
rivoluzionario del cristianesimo nell’antichità fu proprio la rottura con la
“consuetudine” per amore della verità. Tertulliano parla qui soprattutto in base
al Vangelo di san Giovanni, in cui si trova anche l’altra
interpretazione fondamentale della fede cristiana, che s’esprime nella
designazione di Cristo come Logos. Se Cristo è il Logos, la
verità, l’uomo deve corrispondere a Lui con il suo proprio logos, con la
sua ragione. Per arrivare fino a Cristo, egli deve essere sulla via della
verità. Deve aprirsi al Logos, alla Ragione creatrice, da cui deriva la
sua stessa ragione e a cui essa lo rimanda. Da qui si capisce che la fede
cristiana, per la sua stessa natura, deve suscitare la teologia, doveva
interrogarsi sulla ragionevolezza della fede, anche se naturalmente il concetto
di ragione e quello di scienza abbracciano molte dimensioni, e così la natura
concreta del nesso tra fede e ragione doveva e deve sempre nuovamente essere
scandagliata.
Per quanto si presenti dunque chiara nel cristianesimo il nesso fondamentale tra
Logos, verità e fede – la forma concreta di tale nesso ha suscitato e
suscita sempre nuove domande. È chiaro che in questo momento tale domanda, che
ha occupato e occuperà tutte le generazioni, non può essere trattata in
dettaglio, e neppure a grandi linee. Vorrei tentare soltanto di proporre una
piccolissima nota. San Bonaventura, nel prologo al suo Commento alle Sentenze
ha parlato di un duplice uso della ragione – di un uso che è inconciliabile con
la natura della fede e di uno che invece appartiene proprio alla natura della
fede. Esiste, così si dice, la violentia rationis, il dispotismo della
ragione, che si fa giudice supremo e ultimo di tutto. Questo genere di uso della
ragione è certamente impossibile nell’ambito della fede. Cosa intende
Bonaventura con ciò? Un’espressione dal Salmo 95,9 può mostrarci di che
cosa si tratta. Qui Dio dice al suo popolo: “Nel deserto … mi tentarono i vostri
padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere”. Qui si accenna ad un
duplice incontro con Dio: essi hanno “visto”. Questo però a loro non basta. Essi
mettono Dio “alla prova”. Vogliono sottoporlo all’esperimento. Egli viene, per
così dire, sottoposto ad un interrogatorio e deve sottomettersi ad un
procedimento di prova sperimentale. Questa modalità di uso della ragione,
nell’età moderna, ha raggiunto il culmine del suo sviluppo nell’ambito delle
scienze naturali. La ragione sperimentale appare oggi ampiamente come l’unica
forma di razionalità dichiarata scientifica. Ciò che non può essere
scientificamente verificato o falsificato cade fuori dell’ambito scientifico.
Con questa impostazione sono state realizzate opere grandiose, come sappiamo;
che essa sia giusta e necessaria nell’ambito della conoscenza della natura e
delle sue leggi nessuno vorrà seriamente porlo in dubbio. Esiste tuttavia un
limite a tale uso della ragione: Dio non è un oggetto della sperimentazione
umana. Egli è Soggetto e si manifesta soltanto nel rapporto da persona a
persona: ciò fa parte dell’essenza della persona.
In questa prospettiva Bonaventura fa cenno ad un secondo uso della ragione, che
vale per l’ambito del “personale”, per le grandi questioni dello stesso essere
uomini. L’amore vuole conoscere meglio colui che ama. L’amore, l’amore vero, non
rende ciechi, ma vedenti. Di esso fa parte proprio la sete di conoscenza, di una
vera conoscenza dell’altro. Per questo, i Padri della Chiesa hanno trovato i
precursori e gli antesignani del cristianesimo – al di fuori del mondo della
rivelazione di Israele – non nell’ambito della religione consuetudinaria, bensì
negli uomini in ricerca di Dio, in cerca della verità, nei “filosofi”: in
persone che erano assetate di verità ed erano quindi sulla strada verso Dio.
Quando non c’è questo uso della ragione, allora le grandi questioni dell’umanità
cadono fuori dell’ambito della ragione e vengono lasciate all’irrazionalità. Per
questo un’autentica teologia è così importante. La fede retta orienta la ragione
ad aprirsi al divino, affinché essa, guidata dall’amore per la verità, possa
conoscere Dio più da vicino. L’iniziativa per questo cammino sta presso Dio, che
ha posto nel cuore dell’uomo la ricerca del suo Volto. Fa quindi parte della
teologia, da un lato l’umiltà che si lascia “toccare” da Dio, dall’altro la disciplina che si lega all’ordine della ragione, che preserva
l’amore dalla cecità e che aiuta a sviluppare la sua forza visiva.
Sono ben consapevole che con tutto ciò non è stata data una risposta alla
questione circa la possibilità e il compito della retta teologia, ma è soltanto
stata messa in luce la grandezza della sfida insita nella natura della teologia.
Tuttavia è proprio di questa sfida che l’uomo ha bisogno, perché essa ci spinge
ad aprire la nostra ragione interrogandoci circa la verità stessa, circa il
volto di Dio. Perciò siamo grati ai premiati che hanno mostrato nella loro opera
che la ragione, camminando sulla pista tracciata dalla fede, non è una ragione
alienata, ma è la ragione che risponde alla sua altissima vocazione. Grazie.